Fondazione Mentoring Synapsis Contatti

IL CONCETTO DI SÉ IN PSICOTERAPIA

Diarmuid Kelley, "Through the Darkest Months of April and May", olio su lino (2013), Offer Waterman Fine Arts, Londra. Photo © Offer Waterman & Co. / Bridgeman Images
Crediti: 1 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 1h
Docente:

Paolo Migone Psichiatra e psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

IL CONCETTO DI SÉ IN PSICOTERAPIA

Razionale scientifico

Il concetto di Sé in psicoterapia è oggi quanto mai impreciso, anche perché è usato da scuole diverse e ciascuna all’interno della propria teoria di riferimento. In questo seminario Paolo Migone spiega innanzitutto che il termine Sé può essere inteso in due modi molto diversi tra loro: il primo si riferisce al Sé come una “cosa”, una struttura con delle funzioni, potremmo dire alla mente di una persona (o alla persona stessa, alla sua personalità) e in questo caso si parla sempre in terza persona, può essere descritto o studiato con diverse modalità (ad esempio osservative o sperimentali); il secondo modo di intendere il Sé è invece soggettivo, cioè esperienziale, nel senso della rappresentazione che una persona ha di se stessa (ad esempio può avere una buona autostima, una certa idea o vissuto di sé, e così via).

A proposito del secondo modo di intendere il Sé, cioè come rappresentazione soggettiva di se stessi, bisogna però dire che per avere una rappresentazione di se stessi, per percepire un “senso di sé”, è necessario essere autocoscienti, avere l’autoconsapevolezza, cioè aver raggiunto un livello maturativo sufficiente. Nel caso del neonato ad esempio non si può parlare di questo tipo di Sé, perché occorre che abbia raggiunto almeno un anno e mezzo o due anni di vita, dato che nei primi mesi non è autocosciente. Naturalmente il neonato ha un Sé, ma si tratta per forza di un Sé inteso nella prima accezione, cioè di una mente dotata di un insieme di strutture e funzioni – anche molto sofisticate, che gli permettono per esempio di muoversi nell’ambiente e compiere azioni mirate – che però lo fanno assomigliare a questo riguardo agli animali, anch’essi estremamente abili ma senza autocoscienza (ad eccezione forse dello scimpanzé, il primate che più si avvicina all’uomo). Raggiunto un certo livello maturativo (e lo si può constatare, ad esempio, dalla capacità di riconoscersi allo specchio, e si noti che gli animali non sanno riconoscersi allo specchio), il bambino diventa gradualmente capace di rappresentare se stesso e quindi di possedere un Sé nella seconda accezione del termine, quella soggettiva o esperienziale. Dobbiamo quindi dire che coloro che utilizzano il termine Sé per un neonato in questa seconda accezione sbagliano, peccando di adultomorfismo. È invece del tutto giustificata l’espressione “Sé neonatale”, nel primo significato del termine, come struttura sottostante all’insieme delle funzioni mentali del bambino. 7, ad esempio, usa questo termine per descrivere le varie fasi della formazione del Sé nel bambino: “Sé emergente” (2 mesi), “Sé nucleare” (2-6 mesi), “Sé soggettivo” (8-18 mesi), “Sé verbale” (24 mesi). Non si può neppure dire, in senso dinamico, che il neonato abbia un Sé inconscio, perché il suo Sé (per forza inteso come un insieme di funzioni) non è mai stato rimosso (potremmo dire che è un Sé “non cosciente” nel senso che è tacito, implicito, procedurale, si tratta cioè di “inconscio cognitivo” e non di “inconscio psicoanalitico” o “dinamico” – su questo tema si veda il seminario di Paolo Migone su “L’inconscio psicoanalitico e l’inconscio cognitivo”). Possiamo parlare di un Sé inconscio solo dopo che il soggetto ha raggiunto quel livello maturativo che gli permette di avere una rappresentazione di sé ed eventualmente di rimuoverla (tra parentesi: in genere si scrive “Sé” con la iniziale maiuscola quando lo si usa come concetto, altrimenti si usa la minuscola). Ma possiamo fare questa ipotesi solo se aderiamo a una concezione psicodinamica e non strettamente fenomenologica, dato che gli approcci fenomenologici (e anche umanistici), prescindendo dal concetto di inconscio, in genere usano il termine Sé come rappresentazione conscia, sottovalutando così l’ipotesi – tipicamente psicoanalitica – che la coscienza possa basarsi su un autoinganno (Freud ad esempio diceva che “l’Io non è padrone in casa propria”, o che è una “marionetta”). In psicoanalisi possiamo ipotizzare che il paziente si difenda dall’essere pienamente consapevole di certe immagini di sé, ad esempio può negare una rappresentazione negativa di sé perché dolorosa, e grazie alla psicoterapia che lo rende più forte e sicuro può fare a meno di certe sue difese “narcisistiche” e ammettere di avere debolezze che prima negava. Tipicamente in psicoterapia noi lavoriamo su questo Sé, cioè sul modo con cui il paziente rappresenta se stesso, con cui “si vive”: può essere depresso oppure felice, può avere una bassa autostima, sentirsi svuotato, spento, vivo, eccitato, entusiasta, e così via, oppure può sentirsi confuso, avere idee contraddittorie di sé, caotiche, incoerenti, etc. Queste immagini che il paziente ha di sé sono l’oggetto della nostra attenzione terapeutica, e cerchiamo di aiutare il paziente a ordinarle, a dare loro un senso, eventualmente a fare a meno di certe difese nel caso ci sembri che le utilizzi, affinché arrivi a una maggior autenticità e congruenza con il suo mondo interiore.

Come si diceva, l’idea che una persona possa avere un’immagine di sé non vera, cioè che possa difendersi da un’altra idea di sé rimuovendola, è tipicamente psicoanalitica e si riferisce a un concetto che è sempre stato centrale in psicoanalisi, quello di conflitto, e precisamente di conflitto intrapsichico (non di conflitto esterno, cioè tra sé e il mondo esterno, perché questo è un discorso diverso, che non caratterizza la psicoanalisi in senso stretto o “classica” ma la psicoanalisi interpersonale o relazionale, che non a caso trova congeniale l’uso del termine Sé). Freud per cercare di descrivere il conflitto psichico aveva coniato dei termini che sono diventati molto conosciuti e che hanno caratterizzato la seconda topica (detta anche teoria strutturale o tripartita), e cioè Es, Io e Super-Io, e non a caso Freud non parlava mai di Sé (a volte ha utilizzato questo termine, ma in modo intercambiabile con quello di Io). Freud cioè voleva descrivere nel modo più chiaro possibile le istanze (le strutture) che dividevano la psiche caratterizzandole per il tipo di motivazione che avevano: l’Es voleva essere la parte istintuale, “animale”, pulsionale, di ciascuno di noi, che a volte deve essere controllata o regolata; l’Io voleva essere la parte razionale, il centro della persona, che si difende dall’Es e che regola i rapporti con la realtà esterna e anche con la forza del Super-Io; il Super-Io (che di fatto può essere visto come una provincia dell’Io) voleva rappresentare i valori che ci guidano, che a volte possono entrare in conflitto con l’Io e certamente con l’Es, e che possono essere anche potenti tanto quanto l’Es (si pensi ai forti sensi di colpa di cui può soffrire un paziente). Al di là di queste caratterizzazioni, quello che Migone sottolinea è che la psiche per Freud era divisa, in conflitto, e che il compito della terapia poteva essere quello di dipanare questi conflitti, ad esempio chiarendoli meglio, facendoli venire alla luce, rendendo l’Io più padrone, più capace di gestirli, prendendo distanza ad esempio da sue motivazioni in conflitto o non integrate col resto della personalità. L’obiettivo della terapia voleva essere in sostanza quello di armonizzare le varie parti della psiche “unificandola”, eliminando cioè le “divisioni” interne, divisioni che possono paralizzare la persona impedendole di raggiungere i propri obiettivi di vita. Da questo punto di vista, potremmo dire, ad esempio, che quando la psiche funziona in modo ottimale e armonioso, vi è un “Io forte”, equilibrato, e così via, ma la cosa interessante è che alcuni autori – come ad esempio Heinz Kohut – in questo caso usano l’espressione “Sé coeso”. Va precisato però che Kohut – diversamente da Heinz Hartmann che nel 1950 definì il Sé come la rappresentazione della persona da parte dell’Io – usava il termine Sé per alludere alla totalità della persona, non necessariamente in conflitto con se stessa e dotata di un programma di sviluppo che porta all’autorealizzazione armoniosa di se stessa in presenza di un ambiente facilitante. Quindi siamo di fronte a un’altra posizione filosofica, a una differente concezione dell’uomo, e infatti questo Sé non ha conflitti innati e tende alla socializzazione con gli altri. Certo, potranno esservi dei conflitti, ma non tra strutture interne bensì tra il Sé e l’ambiente, tra il Soggetto e l’Oggetto, conflitti che poi possono anche venire internalizzati e quindi sembrare conflitti intrapsichici (diventano “l’ombra dell’oggetto”), ma possono virtualmente risolversi se vi è un ambiente ottimale perché la persona (il Sé) tende naturalmente ad andare d’accordo con se stessa e con gli altri. Molti degli approcci che usano il termine Sé, ad esempio, rifiutano le pulsioni freudiane (quindi l’idea di conflitto intrapsichico): Harry Stack Sullivan e la psicoanalisi interpersonale americana negli anni 1930-40 avevano abiurato alla teoria delle pulsioni (e per questo avvenne la rottura con la psicoanalisi di allora); Kohut non credeva nelle pulsioni, cioè non credeva che esistesse la struttura tripartita Es/Io/Super-Io ma, come si è detto, che esistesse solo il Sé, e che quando comparivano le pulsioni, o le strutture Es/Io/Super-Io, queste fossero solo un “prodotto di disintegrazione”, un by-product, di un fallimento empatico nella relazione (è per questo che diceva che il complesso di Edipo non era primario, ma secondario a un difetto nella relazione con la madre, la quale veniva erotizzata dal bambino nel tentativo estremo di avere un rapporto con lei, di raggiungerla); la teoria delle relazioni oggettuali e la psicoanalisi relazionale contemporanea sottolineano l’importanza della relazione interpersonale come principale causa della psicopatologia; e così via. Migone in questo seminario quindi discute alcuni aspetti del dibattito sul concetto di Sé, chiarendo anche la differenza tra il Sé e le strutture Es, Io e Super-Io, e fa alcune ipotesi sui motivi per cui nella psicoanalisi contemporanea viene sempre meno usato il termine Io e preferito il termine Sé. Per chi fosse interessato ad approfondire alcuni aspetti di questa problematica in rapporto alla “Psicologia del Sé” di Heinz Kohut, può consultare il capitolo 10 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Programma

Lectio di Paolo Migone

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta

Educatore Professionale

Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica

Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva

Infermiere

Assistente Sanitario

Fondazione Mentoring Synapsis Contatti

IMMAGINI E RIFLESSIONI DI UN TEMPO DI GUERRA

Iscriviti
Banksy, "Bomb Hugger", 2002, acrilico e vernice spray su tela. Photo © Christie’s Images / Bridgeman Images
Crediti: 6
Durata corso: 6h
Docente:

Andrea Cortellessa Critico letterario e storico della letteratura italiana, professore associato all’Università degli Studi Roma Tre

Pino Donghi Direttore artistico, editor, conduttore, curatore di collane editoriali, saggista

Nicole Janigro Psicologa psicoterapeuta, giornalista e scrittrice

Romano Madera Filosofo e psicoanalista, ha fondato “Philo” (Scuola superiore di pratiche filosofiche) e SABOF (Società di analisi biografica a orientamento filosofico)

Giuseppe Previtali Assegnista di ricerca e Professore di Storia del cinema presso l’Università degli studi di Bergamo

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

Iscriviti

IMMAGINI E RIFLESSIONI DI UN TEMPO DI GUERRA

Razionale scientifico

Il concetto di Sé in psicoterapia è oggi quanto mai impreciso, anche perché è usato da scuole diverse e ciascuna all’interno della propria teoria di riferimento. In questo seminario Paolo Migone spiega innanzitutto che il termine Sé può essere inteso in due modi molto diversi tra loro: il primo si riferisce al Sé come una “cosa”, una struttura con delle funzioni, potremmo dire alla mente di una persona (o alla persona stessa, alla sua personalità) e in questo caso si parla sempre in terza persona, può essere descritto o studiato con diverse modalità (ad esempio osservative o sperimentali); il secondo modo di intendere il Sé è invece soggettivo, cioè esperienziale, nel senso della rappresentazione che una persona ha di se stessa (ad esempio può avere una buona autostima, una certa idea o vissuto di sé, e così via).

A proposito del secondo modo di intendere il Sé, cioè come rappresentazione soggettiva di se stessi, bisogna però dire che per avere una rappresentazione di se stessi, per percepire un “senso di sé”, è necessario essere autocoscienti, avere l’autoconsapevolezza, cioè aver raggiunto un livello maturativo sufficiente. Nel caso del neonato ad esempio non si può parlare di questo tipo di Sé, perché occorre che abbia raggiunto almeno un anno e mezzo o due anni di vita, dato che nei primi mesi non è autocosciente. Naturalmente il neonato ha un Sé, ma si tratta per forza di un Sé inteso nella prima accezione, cioè di una mente dotata di un insieme di strutture e funzioni – anche molto sofisticate, che gli permettono per esempio di muoversi nell’ambiente e compiere azioni mirate – che però lo fanno assomigliare a questo riguardo agli animali, anch’essi estremamente abili ma senza autocoscienza (ad eccezione forse dello scimpanzé, il primate che più si avvicina all’uomo). Raggiunto un certo livello maturativo (e lo si può constatare, ad esempio, dalla capacità di riconoscersi allo specchio, e si noti che gli animali non sanno riconoscersi allo specchio), il bambino diventa gradualmente capace di rappresentare se stesso e quindi di possedere un Sé nella seconda accezione del termine, quella soggettiva o esperienziale. Dobbiamo quindi dire che coloro che utilizzano il termine Sé per un neonato in questa seconda accezione sbagliano, peccando di adultomorfismo. È invece del tutto giustificata l’espressione “Sé neonatale”, nel primo significato del termine, come struttura sottostante all’insieme delle funzioni mentali del bambino. 7, ad esempio, usa questo termine per descrivere le varie fasi della formazione del Sé nel bambino: “Sé emergente” (2 mesi), “Sé nucleare” (2-6 mesi), “Sé soggettivo” (8-18 mesi), “Sé verbale” (24 mesi). Non si può neppure dire, in senso dinamico, che il neonato abbia un Sé inconscio, perché il suo Sé (per forza inteso come un insieme di funzioni) non è mai stato rimosso (potremmo dire che è un Sé “non cosciente” nel senso che è tacito, implicito, procedurale, si tratta cioè di “inconscio cognitivo” e non di “inconscio psicoanalitico” o “dinamico” – su questo tema si veda il seminario di Paolo Migone su “L’inconscio psicoanalitico e l’inconscio cognitivo”). Possiamo parlare di un Sé inconscio solo dopo che il soggetto ha raggiunto quel livello maturativo che gli permette di avere una rappresentazione di sé ed eventualmente di rimuoverla (tra parentesi: in genere si scrive “Sé” con la iniziale maiuscola quando lo si usa come concetto, altrimenti si usa la minuscola). Ma possiamo fare questa ipotesi solo se aderiamo a una concezione psicodinamica e non strettamente fenomenologica, dato che gli approcci fenomenologici (e anche umanistici), prescindendo dal concetto di inconscio, in genere usano il termine Sé come rappresentazione conscia, sottovalutando così l’ipotesi – tipicamente psicoanalitica – che la coscienza possa basarsi su un autoinganno (Freud ad esempio diceva che “l’Io non è padrone in casa propria”, o che è una “marionetta”). In psicoanalisi possiamo ipotizzare che il paziente si difenda dall’essere pienamente consapevole di certe immagini di sé, ad esempio può negare una rappresentazione negativa di sé perché dolorosa, e grazie alla psicoterapia che lo rende più forte e sicuro può fare a meno di certe sue difese “narcisistiche” e ammettere di avere debolezze che prima negava. Tipicamente in psicoterapia noi lavoriamo su questo Sé, cioè sul modo con cui il paziente rappresenta se stesso, con cui “si vive”: può essere depresso oppure felice, può avere una bassa autostima, sentirsi svuotato, spento, vivo, eccitato, entusiasta, e così via, oppure può sentirsi confuso, avere idee contraddittorie di sé, caotiche, incoerenti, etc. Queste immagini che il paziente ha di sé sono l’oggetto della nostra attenzione terapeutica, e cerchiamo di aiutare il paziente a ordinarle, a dare loro un senso, eventualmente a fare a meno di certe difese nel caso ci sembri che le utilizzi, affinché arrivi a una maggior autenticità e congruenza con il suo mondo interiore.

Come si diceva, l’idea che una persona possa avere un’immagine di sé non vera, cioè che possa difendersi da un’altra idea di sé rimuovendola, è tipicamente psicoanalitica e si riferisce a un concetto che è sempre stato centrale in psicoanalisi, quello di conflitto, e precisamente di conflitto intrapsichico (non di conflitto esterno, cioè tra sé e il mondo esterno, perché questo è un discorso diverso, che non caratterizza la psicoanalisi in senso stretto o “classica” ma la psicoanalisi interpersonale o relazionale, che non a caso trova congeniale l’uso del termine Sé). Freud per cercare di descrivere il conflitto psichico aveva coniato dei termini che sono diventati molto conosciuti e che hanno caratterizzato la seconda topica (detta anche teoria strutturale o tripartita), e cioè Es, Io e Super-Io, e non a caso Freud non parlava mai di Sé (a volte ha utilizzato questo termine, ma in modo intercambiabile con quello di Io). Freud cioè voleva descrivere nel modo più chiaro possibile le istanze (le strutture) che dividevano la psiche caratterizzandole per il tipo di motivazione che avevano: l’Es voleva essere la parte istintuale, “animale”, pulsionale, di ciascuno di noi, che a volte deve essere controllata o regolata; l’Io voleva essere la parte razionale, il centro della persona, che si difende dall’Es e che regola i rapporti con la realtà esterna e anche con la forza del Super-Io; il Super-Io (che di fatto può essere visto come una provincia dell’Io) voleva rappresentare i valori che ci guidano, che a volte possono entrare in conflitto con l’Io e certamente con l’Es, e che possono essere anche potenti tanto quanto l’Es (si pensi ai forti sensi di colpa di cui può soffrire un paziente). Al di là di queste caratterizzazioni, quello che Migone sottolinea è che la psiche per Freud era divisa, in conflitto, e che il compito della terapia poteva essere quello di dipanare questi conflitti, ad esempio chiarendoli meglio, facendoli venire alla luce, rendendo l’Io più padrone, più capace di gestirli, prendendo distanza ad esempio da sue motivazioni in conflitto o non integrate col resto della personalità. L’obiettivo della terapia voleva essere in sostanza quello di armonizzare le varie parti della psiche “unificandola”, eliminando cioè le “divisioni” interne, divisioni che possono paralizzare la persona impedendole di raggiungere i propri obiettivi di vita. Da questo punto di vista, potremmo dire, ad esempio, che quando la psiche funziona in modo ottimale e armonioso, vi è un “Io forte”, equilibrato, e così via, ma la cosa interessante è che alcuni autori – come ad esempio Heinz Kohut – in questo caso usano l’espressione “Sé coeso”. Va precisato però che Kohut – diversamente da Heinz Hartmann che nel 1950 definì il Sé come la rappresentazione della persona da parte dell’Io – usava il termine Sé per alludere alla totalità della persona, non necessariamente in conflitto con se stessa e dotata di un programma di sviluppo che porta all’autorealizzazione armoniosa di se stessa in presenza di un ambiente facilitante. Quindi siamo di fronte a un’altra posizione filosofica, a una differente concezione dell’uomo, e infatti questo Sé non ha conflitti innati e tende alla socializzazione con gli altri. Certo, potranno esservi dei conflitti, ma non tra strutture interne bensì tra il Sé e l’ambiente, tra il Soggetto e l’Oggetto, conflitti che poi possono anche venire internalizzati e quindi sembrare conflitti intrapsichici (diventano “l’ombra dell’oggetto”), ma possono virtualmente risolversi se vi è un ambiente ottimale perché la persona (il Sé) tende naturalmente ad andare d’accordo con se stessa e con gli altri. Molti degli approcci che usano il termine Sé, ad esempio, rifiutano le pulsioni freudiane (quindi l’idea di conflitto intrapsichico): Harry Stack Sullivan e la psicoanalisi interpersonale americana negli anni 1930-40 avevano abiurato alla teoria delle pulsioni (e per questo avvenne la rottura con la psicoanalisi di allora); Kohut non credeva nelle pulsioni, cioè non credeva che esistesse la struttura tripartita Es/Io/Super-Io ma, come si è detto, che esistesse solo il Sé, e che quando comparivano le pulsioni, o le strutture Es/Io/Super-Io, queste fossero solo un “prodotto di disintegrazione”, un by-product, di un fallimento empatico nella relazione (è per questo che diceva che il complesso di Edipo non era primario, ma secondario a un difetto nella relazione con la madre, la quale veniva erotizzata dal bambino nel tentativo estremo di avere un rapporto con lei, di raggiungerla); la teoria delle relazioni oggettuali e la psicoanalisi relazionale contemporanea sottolineano l’importanza della relazione interpersonale come principale causa della psicopatologia; e così via. Migone in questo seminario quindi discute alcuni aspetti del dibattito sul concetto di Sé, chiarendo anche la differenza tra il Sé e le strutture Es, Io e Super-Io, e fa alcune ipotesi sui motivi per cui nella psicoanalisi contemporanea viene sempre meno usato il termine Io e preferito il termine Sé. Per chi fosse interessato ad approfondire alcuni aspetti di questa problematica in rapporto alla “Psicologia del Sé” di Heinz Kohut, può consultare il capitolo 10 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Programma

Lectio di Paolo Migone

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta

Educatore Professionale

Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica

Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva

Infermiere

Assistente Sanitario

Fondazione Mentoring Synapsis Contatti

COME LA PSICOANALISI CONTEMPORANEA UTILIZZA I SOGNI

Iscriviti
Diarmuid Kelley, "Indian Red" (2013), olio su lino, Offer Waterman Fine Arts, Londra. Photo © Offer Waterman & Co. / Bridgeman Images
Crediti: 1 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 1h
Docente:

Paolo Migone Psichiatra e psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

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COME LA PSICOANALISI CONTEMPORANEA UTILIZZA I SOGNI

Razionale scientifico

Il concetto di Sé in psicoterapia è oggi quanto mai impreciso, anche perché è usato da scuole diverse e ciascuna all’interno della propria teoria di riferimento. In questo seminario Paolo Migone spiega innanzitutto che il termine Sé può essere inteso in due modi molto diversi tra loro: il primo si riferisce al Sé come una “cosa”, una struttura con delle funzioni, potremmo dire alla mente di una persona (o alla persona stessa, alla sua personalità) e in questo caso si parla sempre in terza persona, può essere descritto o studiato con diverse modalità (ad esempio osservative o sperimentali); il secondo modo di intendere il Sé è invece soggettivo, cioè esperienziale, nel senso della rappresentazione che una persona ha di se stessa (ad esempio può avere una buona autostima, una certa idea o vissuto di sé, e così via).

A proposito del secondo modo di intendere il Sé, cioè come rappresentazione soggettiva di se stessi, bisogna però dire che per avere una rappresentazione di se stessi, per percepire un “senso di sé”, è necessario essere autocoscienti, avere l’autoconsapevolezza, cioè aver raggiunto un livello maturativo sufficiente. Nel caso del neonato ad esempio non si può parlare di questo tipo di Sé, perché occorre che abbia raggiunto almeno un anno e mezzo o due anni di vita, dato che nei primi mesi non è autocosciente. Naturalmente il neonato ha un Sé, ma si tratta per forza di un Sé inteso nella prima accezione, cioè di una mente dotata di un insieme di strutture e funzioni – anche molto sofisticate, che gli permettono per esempio di muoversi nell’ambiente e compiere azioni mirate – che però lo fanno assomigliare a questo riguardo agli animali, anch’essi estremamente abili ma senza autocoscienza (ad eccezione forse dello scimpanzé, il primate che più si avvicina all’uomo). Raggiunto un certo livello maturativo (e lo si può constatare, ad esempio, dalla capacità di riconoscersi allo specchio, e si noti che gli animali non sanno riconoscersi allo specchio), il bambino diventa gradualmente capace di rappresentare se stesso e quindi di possedere un Sé nella seconda accezione del termine, quella soggettiva o esperienziale. Dobbiamo quindi dire che coloro che utilizzano il termine Sé per un neonato in questa seconda accezione sbagliano, peccando di adultomorfismo. È invece del tutto giustificata l’espressione “Sé neonatale”, nel primo significato del termine, come struttura sottostante all’insieme delle funzioni mentali del bambino. 7, ad esempio, usa questo termine per descrivere le varie fasi della formazione del Sé nel bambino: “Sé emergente” (2 mesi), “Sé nucleare” (2-6 mesi), “Sé soggettivo” (8-18 mesi), “Sé verbale” (24 mesi). Non si può neppure dire, in senso dinamico, che il neonato abbia un Sé inconscio, perché il suo Sé (per forza inteso come un insieme di funzioni) non è mai stato rimosso (potremmo dire che è un Sé “non cosciente” nel senso che è tacito, implicito, procedurale, si tratta cioè di “inconscio cognitivo” e non di “inconscio psicoanalitico” o “dinamico” – su questo tema si veda il seminario di Paolo Migone su “L’inconscio psicoanalitico e l’inconscio cognitivo”). Possiamo parlare di un Sé inconscio solo dopo che il soggetto ha raggiunto quel livello maturativo che gli permette di avere una rappresentazione di sé ed eventualmente di rimuoverla (tra parentesi: in genere si scrive “Sé” con la iniziale maiuscola quando lo si usa come concetto, altrimenti si usa la minuscola). Ma possiamo fare questa ipotesi solo se aderiamo a una concezione psicodinamica e non strettamente fenomenologica, dato che gli approcci fenomenologici (e anche umanistici), prescindendo dal concetto di inconscio, in genere usano il termine Sé come rappresentazione conscia, sottovalutando così l’ipotesi – tipicamente psicoanalitica – che la coscienza possa basarsi su un autoinganno (Freud ad esempio diceva che “l’Io non è padrone in casa propria”, o che è una “marionetta”). In psicoanalisi possiamo ipotizzare che il paziente si difenda dall’essere pienamente consapevole di certe immagini di sé, ad esempio può negare una rappresentazione negativa di sé perché dolorosa, e grazie alla psicoterapia che lo rende più forte e sicuro può fare a meno di certe sue difese “narcisistiche” e ammettere di avere debolezze che prima negava. Tipicamente in psicoterapia noi lavoriamo su questo Sé, cioè sul modo con cui il paziente rappresenta se stesso, con cui “si vive”: può essere depresso oppure felice, può avere una bassa autostima, sentirsi svuotato, spento, vivo, eccitato, entusiasta, e così via, oppure può sentirsi confuso, avere idee contraddittorie di sé, caotiche, incoerenti, etc. Queste immagini che il paziente ha di sé sono l’oggetto della nostra attenzione terapeutica, e cerchiamo di aiutare il paziente a ordinarle, a dare loro un senso, eventualmente a fare a meno di certe difese nel caso ci sembri che le utilizzi, affinché arrivi a una maggior autenticità e congruenza con il suo mondo interiore.

Come si diceva, l’idea che una persona possa avere un’immagine di sé non vera, cioè che possa difendersi da un’altra idea di sé rimuovendola, è tipicamente psicoanalitica e si riferisce a un concetto che è sempre stato centrale in psicoanalisi, quello di conflitto, e precisamente di conflitto intrapsichico (non di conflitto esterno, cioè tra sé e il mondo esterno, perché questo è un discorso diverso, che non caratterizza la psicoanalisi in senso stretto o “classica” ma la psicoanalisi interpersonale o relazionale, che non a caso trova congeniale l’uso del termine Sé). Freud per cercare di descrivere il conflitto psichico aveva coniato dei termini che sono diventati molto conosciuti e che hanno caratterizzato la seconda topica (detta anche teoria strutturale o tripartita), e cioè Es, Io e Super-Io, e non a caso Freud non parlava mai di Sé (a volte ha utilizzato questo termine, ma in modo intercambiabile con quello di Io). Freud cioè voleva descrivere nel modo più chiaro possibile le istanze (le strutture) che dividevano la psiche caratterizzandole per il tipo di motivazione che avevano: l’Es voleva essere la parte istintuale, “animale”, pulsionale, di ciascuno di noi, che a volte deve essere controllata o regolata; l’Io voleva essere la parte razionale, il centro della persona, che si difende dall’Es e che regola i rapporti con la realtà esterna e anche con la forza del Super-Io; il Super-Io (che di fatto può essere visto come una provincia dell’Io) voleva rappresentare i valori che ci guidano, che a volte possono entrare in conflitto con l’Io e certamente con l’Es, e che possono essere anche potenti tanto quanto l’Es (si pensi ai forti sensi di colpa di cui può soffrire un paziente). Al di là di queste caratterizzazioni, quello che Migone sottolinea è che la psiche per Freud era divisa, in conflitto, e che il compito della terapia poteva essere quello di dipanare questi conflitti, ad esempio chiarendoli meglio, facendoli venire alla luce, rendendo l’Io più padrone, più capace di gestirli, prendendo distanza ad esempio da sue motivazioni in conflitto o non integrate col resto della personalità. L’obiettivo della terapia voleva essere in sostanza quello di armonizzare le varie parti della psiche “unificandola”, eliminando cioè le “divisioni” interne, divisioni che possono paralizzare la persona impedendole di raggiungere i propri obiettivi di vita. Da questo punto di vista, potremmo dire, ad esempio, che quando la psiche funziona in modo ottimale e armonioso, vi è un “Io forte”, equilibrato, e così via, ma la cosa interessante è che alcuni autori – come ad esempio Heinz Kohut – in questo caso usano l’espressione “Sé coeso”. Va precisato però che Kohut – diversamente da Heinz Hartmann che nel 1950 definì il Sé come la rappresentazione della persona da parte dell’Io – usava il termine Sé per alludere alla totalità della persona, non necessariamente in conflitto con se stessa e dotata di un programma di sviluppo che porta all’autorealizzazione armoniosa di se stessa in presenza di un ambiente facilitante. Quindi siamo di fronte a un’altra posizione filosofica, a una differente concezione dell’uomo, e infatti questo Sé non ha conflitti innati e tende alla socializzazione con gli altri. Certo, potranno esservi dei conflitti, ma non tra strutture interne bensì tra il Sé e l’ambiente, tra il Soggetto e l’Oggetto, conflitti che poi possono anche venire internalizzati e quindi sembrare conflitti intrapsichici (diventano “l’ombra dell’oggetto”), ma possono virtualmente risolversi se vi è un ambiente ottimale perché la persona (il Sé) tende naturalmente ad andare d’accordo con se stessa e con gli altri. Molti degli approcci che usano il termine Sé, ad esempio, rifiutano le pulsioni freudiane (quindi l’idea di conflitto intrapsichico): Harry Stack Sullivan e la psicoanalisi interpersonale americana negli anni 1930-40 avevano abiurato alla teoria delle pulsioni (e per questo avvenne la rottura con la psicoanalisi di allora); Kohut non credeva nelle pulsioni, cioè non credeva che esistesse la struttura tripartita Es/Io/Super-Io ma, come si è detto, che esistesse solo il Sé, e che quando comparivano le pulsioni, o le strutture Es/Io/Super-Io, queste fossero solo un “prodotto di disintegrazione”, un by-product, di un fallimento empatico nella relazione (è per questo che diceva che il complesso di Edipo non era primario, ma secondario a un difetto nella relazione con la madre, la quale veniva erotizzata dal bambino nel tentativo estremo di avere un rapporto con lei, di raggiungerla); la teoria delle relazioni oggettuali e la psicoanalisi relazionale contemporanea sottolineano l’importanza della relazione interpersonale come principale causa della psicopatologia; e così via. Migone in questo seminario quindi discute alcuni aspetti del dibattito sul concetto di Sé, chiarendo anche la differenza tra il Sé e le strutture Es, Io e Super-Io, e fa alcune ipotesi sui motivi per cui nella psicoanalisi contemporanea viene sempre meno usato il termine Io e preferito il termine Sé. Per chi fosse interessato ad approfondire alcuni aspetti di questa problematica in rapporto alla “Psicologia del Sé” di Heinz Kohut, può consultare il capitolo 10 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Programma

Lectio di Paolo Migone

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta

Educatore Professionale

Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica

Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva

Infermiere

Assistente Sanitario

Fondazione Mentoring Synapsis Contatti

L’IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA

Iscriviti
Diarmuid Kelley, "I Come and Stand at Every Door" (2013), olio su lino, Collezione privata. Photo © Offer Waterman & Co. / Bridgeman Images
Crediti: 1 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 1h
Docente:

Paolo Migone Psichiatra e psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

Iscriviti

L’IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA

Razionale scientifico

In questo seminario Paolo Migone spiega in dettaglio il concetto psicoanalitico di identificazione proiettiva sulla base della descrizione che ne fece Thomas H. Ogden in un articolo del 1979, poi inserito nel suo libro del 1982 Identificazione proiettiva e tecnica psicoterapeutica (Roma: Astrolabio, 1994).

La discussione di Ogden di questo concetto è una delle più chiare e permette facilmente di comprenderne tutti i risvolti teorici e clinici. Ogden, che risentiva dell’influenza kleiniana e soprattutto bioniana, divide il processo dell’identificazione proiettiva in tre fasi: proiezione, pressione interpersonale, e re-internalizzazione. Ogni fase viene descritta e spiegata facendo riferimento ad esempi clinici e vengono fatti anche collegamenti con termini e concezioni fuori dal campo psicoanalitico, appartenenti alla tradizione (quali il malocchio, la fattura, la possessione, etc.). Non solo: vengono fatte considerazioni anche su altri concetti collegati, peraltro oggi al centro del dibattito psicoanalitico: si accenna ad esempio ai temi del controtransfert, dell’empatia, del rispecchiamento e dell’intersoggettività.
Per quanto riguarda il controtransfert, ad esempio, Migone descrive la concezione “ristretta” di controtransfert che aveva Freud (che lo considerava un ostacolo al lavoro analitico) e quella “allargata” o “totalistica” inaugurata da Paula Heimann e Heinrich Racker dei primi anni ‘50 (che cominciarono a ritenerlo utile per conoscere l’inconscio del paziente), fino ad arrivare al dibattito contemporaneo che vede anche posizioni moderate, come quella di Morris Eagle, che sottolineano i rischi di allontanarsi troppo dalla posizione freudiana (Eagle ha esposto queste sue riflessioni in un importante articolo, dal titolo “Il controtransfert rivisitato“, uscito sul n. 4/2015 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, di cui Migone è condirettore). È importante una discussione del controtransfert perché Migone mostra bene come l’identificazione proiettiva sia praticamente sovrapponibile al controtransfert inteso nella sua concezione allargata. Per quanto riguarda il concetto di empatia, studiato anche prima della psicoanalisi, fu utilizzato da Carl Rogers e poi all’interno della psicoanalisi da Heinz Kohut, con risvolti sia conoscitivi che terapeutici. Connessa all’empatia è la tematica del rispecchiamento, sottolineata, tra gli altri, da Donald Winnicott e nei tempi recenti da vari autori che fanno riferimento alla tematica della mentalizzazione e, all’interno delle neuroscienze, dei neuroni specchio. Infine, vari esponenti della psicoanalisi contemporanea (Bob Stolorow, Jessica Benjamin, Owen Renik e altri) propongono un paradigma “intersoggettivo” che si distanzia nettamente dalla “teoria del conflitto moderna” rappresentata dalla revisione teorica operata da autori “classici” quali Charles Brenner e Jack Arlow ma che, a ben vedere, ha anche importanti somiglianze spesso sottovalutate (queste considerazioni vengono fatte da Chris Christian in un interessante articolo pubblicato sul n. 2/2015 di Psicoterapia e Scienze Umane). Un aspetto importante di questo seminario quindi consiste nel fatto che nella discussione dell’identificazione proiettiva vengono fatti riferimenti anche ad altri concetti psicoanalitici che sono collegati ad essa, chiarendone per quanto possibile le differenze e le somiglianze.

Per chi fosse interessato, una trattazione approfondita di questa tematica è nel capitolo 7 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Programma

Lectio di Paolo Migone

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta

Educatore Professionale

Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica

Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva

Infermiere

Assistente Sanitario

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MODI DEL SENTIRE

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Cagnaccio di San Pietro, "La ragazza allo specchio", olio su tela (1932), Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea, Roma. Photo © Stefano Baldini / Bridgeman Images
Crediti: 6 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 6h
Docente:

Marco Belpoliti Saggista, scrittore, docente universitario, direttore della rivista e casa editrice www.doppiozero.com

Gabriella Caramore Saggista e conduttrice radiofonica, docente presso Associazione Nuova Accademia


Nicole Janigro 
Psicologa psicoterapeuta, giornalista e scrittrice


Gianfranco Marrone
Professore Ordinario di Filosofia e teoria dei linguaggi presso l’ Università di Palermo; Direttore del Centro
internazionale di Scienze Semiotiche di Urbino


Ugo Morelli
 Professore di Scienze cognitive applicate alla vivibilità, al paesaggio e all’ambiente presso l’Università degli Studi di Napoli, Federico II


Anna Stefi 
Psicologa, docente di scuole superiori, vicedirettrice della rivista www.doppiozero.com e redattrice della collana Riga

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

Iscriviti

MODI DEL SENTIRE

Razionale scientifico

In questo seminario Paolo Migone spiega in dettaglio il concetto psicoanalitico di identificazione proiettiva sulla base della descrizione che ne fece Thomas H. Ogden in un articolo del 1979, poi inserito nel suo libro del 1982 Identificazione proiettiva e tecnica psicoterapeutica (Roma: Astrolabio, 1994).

La discussione di Ogden di questo concetto è una delle più chiare e permette facilmente di comprenderne tutti i risvolti teorici e clinici. Ogden, che risentiva dell’influenza kleiniana e soprattutto bioniana, divide il processo dell’identificazione proiettiva in tre fasi: proiezione, pressione interpersonale, e re-internalizzazione. Ogni fase viene descritta e spiegata facendo riferimento ad esempi clinici e vengono fatti anche collegamenti con termini e concezioni fuori dal campo psicoanalitico, appartenenti alla tradizione (quali il malocchio, la fattura, la possessione, etc.). Non solo: vengono fatte considerazioni anche su altri concetti collegati, peraltro oggi al centro del dibattito psicoanalitico: si accenna ad esempio ai temi del controtransfert, dell’empatia, del rispecchiamento e dell’intersoggettività.
Per quanto riguarda il controtransfert, ad esempio, Migone descrive la concezione “ristretta” di controtransfert che aveva Freud (che lo considerava un ostacolo al lavoro analitico) e quella “allargata” o “totalistica” inaugurata da Paula Heimann e Heinrich Racker dei primi anni ‘50 (che cominciarono a ritenerlo utile per conoscere l’inconscio del paziente), fino ad arrivare al dibattito contemporaneo che vede anche posizioni moderate, come quella di Morris Eagle, che sottolineano i rischi di allontanarsi troppo dalla posizione freudiana (Eagle ha esposto queste sue riflessioni in un importante articolo, dal titolo “Il controtransfert rivisitato“, uscito sul n. 4/2015 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, di cui Migone è condirettore). È importante una discussione del controtransfert perché Migone mostra bene come l’identificazione proiettiva sia praticamente sovrapponibile al controtransfert inteso nella sua concezione allargata. Per quanto riguarda il concetto di empatia, studiato anche prima della psicoanalisi, fu utilizzato da Carl Rogers e poi all’interno della psicoanalisi da Heinz Kohut, con risvolti sia conoscitivi che terapeutici. Connessa all’empatia è la tematica del rispecchiamento, sottolineata, tra gli altri, da Donald Winnicott e nei tempi recenti da vari autori che fanno riferimento alla tematica della mentalizzazione e, all’interno delle neuroscienze, dei neuroni specchio. Infine, vari esponenti della psicoanalisi contemporanea (Bob Stolorow, Jessica Benjamin, Owen Renik e altri) propongono un paradigma “intersoggettivo” che si distanzia nettamente dalla “teoria del conflitto moderna” rappresentata dalla revisione teorica operata da autori “classici” quali Charles Brenner e Jack Arlow ma che, a ben vedere, ha anche importanti somiglianze spesso sottovalutate (queste considerazioni vengono fatte da Chris Christian in un interessante articolo pubblicato sul n. 2/2015 di Psicoterapia e Scienze Umane). Un aspetto importante di questo seminario quindi consiste nel fatto che nella discussione dell’identificazione proiettiva vengono fatti riferimenti anche ad altri concetti psicoanalitici che sono collegati ad essa, chiarendone per quanto possibile le differenze e le somiglianze.

Per chi fosse interessato, una trattazione approfondita di questa tematica è nel capitolo 7 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Programma

Lectio di Paolo Migone

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

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TRAUMI DI GUERRA ED ESITI PSICOPATOLOGICI

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Georg Baselitz, "Der Dichter” (“Il poeta”), olio su tela, 162 x 130 cm. Collezione privata. © Georg Baselitz 2022. Photo: Jochen Littkemann, Berlin
Crediti: 1 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 1h
Docente:

Maria Silvana Patti, psicologa, psicoterapeuta, responsabile del Servizio di Psicotraumatologia e del Master in Psicotraumatologia dell’ARP di Milano. Membro del Comitato Scientifico della Casa della Psicologia, Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

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TRAUMI DI GUERRA ED ESITI PSICOPATOLOGICI

Razionale scientifico

In questo seminario Paolo Migone spiega in dettaglio il concetto psicoanalitico di identificazione proiettiva sulla base della descrizione che ne fece Thomas H. Ogden in un articolo del 1979, poi inserito nel suo libro del 1982 Identificazione proiettiva e tecnica psicoterapeutica (Roma: Astrolabio, 1994).

La discussione di Ogden di questo concetto è una delle più chiare e permette facilmente di comprenderne tutti i risvolti teorici e clinici. Ogden, che risentiva dell’influenza kleiniana e soprattutto bioniana, divide il processo dell’identificazione proiettiva in tre fasi: proiezione, pressione interpersonale, e re-internalizzazione. Ogni fase viene descritta e spiegata facendo riferimento ad esempi clinici e vengono fatti anche collegamenti con termini e concezioni fuori dal campo psicoanalitico, appartenenti alla tradizione (quali il malocchio, la fattura, la possessione, etc.). Non solo: vengono fatte considerazioni anche su altri concetti collegati, peraltro oggi al centro del dibattito psicoanalitico: si accenna ad esempio ai temi del controtransfert, dell’empatia, del rispecchiamento e dell’intersoggettività.
Per quanto riguarda il controtransfert, ad esempio, Migone descrive la concezione “ristretta” di controtransfert che aveva Freud (che lo considerava un ostacolo al lavoro analitico) e quella “allargata” o “totalistica” inaugurata da Paula Heimann e Heinrich Racker dei primi anni ‘50 (che cominciarono a ritenerlo utile per conoscere l’inconscio del paziente), fino ad arrivare al dibattito contemporaneo che vede anche posizioni moderate, come quella di Morris Eagle, che sottolineano i rischi di allontanarsi troppo dalla posizione freudiana (Eagle ha esposto queste sue riflessioni in un importante articolo, dal titolo “Il controtransfert rivisitato“, uscito sul n. 4/2015 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, di cui Migone è condirettore). È importante una discussione del controtransfert perché Migone mostra bene come l’identificazione proiettiva sia praticamente sovrapponibile al controtransfert inteso nella sua concezione allargata. Per quanto riguarda il concetto di empatia, studiato anche prima della psicoanalisi, fu utilizzato da Carl Rogers e poi all’interno della psicoanalisi da Heinz Kohut, con risvolti sia conoscitivi che terapeutici. Connessa all’empatia è la tematica del rispecchiamento, sottolineata, tra gli altri, da Donald Winnicott e nei tempi recenti da vari autori che fanno riferimento alla tematica della mentalizzazione e, all’interno delle neuroscienze, dei neuroni specchio. Infine, vari esponenti della psicoanalisi contemporanea (Bob Stolorow, Jessica Benjamin, Owen Renik e altri) propongono un paradigma “intersoggettivo” che si distanzia nettamente dalla “teoria del conflitto moderna” rappresentata dalla revisione teorica operata da autori “classici” quali Charles Brenner e Jack Arlow ma che, a ben vedere, ha anche importanti somiglianze spesso sottovalutate (queste considerazioni vengono fatte da Chris Christian in un interessante articolo pubblicato sul n. 2/2015 di Psicoterapia e Scienze Umane). Un aspetto importante di questo seminario quindi consiste nel fatto che nella discussione dell’identificazione proiettiva vengono fatti riferimenti anche ad altri concetti psicoanalitici che sono collegati ad essa, chiarendone per quanto possibile le differenze e le somiglianze.

Per chi fosse interessato, una trattazione approfondita di questa tematica è nel capitolo 7 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Programma

Lectio di Paolo Migone

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

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È possibile seguire la lezione senza il rilascio dei crediti ECM

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LA TEORIA PSICOANALITICA DEI FATTORI CURATIVI

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Diarmuid Kelley, "I'm Backing Britain", olio su tela, Collezione privata. Photo © Offer Waterman & Co. / Bridgeman Images
Crediti: 1 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 1h
Docente:

Paolo Migone Psichiatra e psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

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LA TEORIA PSICOANALITICA DEI FATTORI CURATIVI

Razionale scientifico

In questo seminario Paolo Migone spiega in dettaglio il concetto psicoanalitico di identificazione proiettiva sulla base della descrizione che ne fece Thomas H. Ogden in un articolo del 1979, poi inserito nel suo libro del 1982 Identificazione proiettiva e tecnica psicoterapeutica (Roma: Astrolabio, 1994).

La discussione di Ogden di questo concetto è una delle più chiare e permette facilmente di comprenderne tutti i risvolti teorici e clinici. Ogden, che risentiva dell’influenza kleiniana e soprattutto bioniana, divide il processo dell’identificazione proiettiva in tre fasi: proiezione, pressione interpersonale, e re-internalizzazione. Ogni fase viene descritta e spiegata facendo riferimento ad esempi clinici e vengono fatti anche collegamenti con termini e concezioni fuori dal campo psicoanalitico, appartenenti alla tradizione (quali il malocchio, la fattura, la possessione, etc.). Non solo: vengono fatte considerazioni anche su altri concetti collegati, peraltro oggi al centro del dibattito psicoanalitico: si accenna ad esempio ai temi del controtransfert, dell’empatia, del rispecchiamento e dell’intersoggettività.
Per quanto riguarda il controtransfert, ad esempio, Migone descrive la concezione “ristretta” di controtransfert che aveva Freud (che lo considerava un ostacolo al lavoro analitico) e quella “allargata” o “totalistica” inaugurata da Paula Heimann e Heinrich Racker dei primi anni ‘50 (che cominciarono a ritenerlo utile per conoscere l’inconscio del paziente), fino ad arrivare al dibattito contemporaneo che vede anche posizioni moderate, come quella di Morris Eagle, che sottolineano i rischi di allontanarsi troppo dalla posizione freudiana (Eagle ha esposto queste sue riflessioni in un importante articolo, dal titolo “Il controtransfert rivisitato“, uscito sul n. 4/2015 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, di cui Migone è condirettore). È importante una discussione del controtransfert perché Migone mostra bene come l’identificazione proiettiva sia praticamente sovrapponibile al controtransfert inteso nella sua concezione allargata. Per quanto riguarda il concetto di empatia, studiato anche prima della psicoanalisi, fu utilizzato da Carl Rogers e poi all’interno della psicoanalisi da Heinz Kohut, con risvolti sia conoscitivi che terapeutici. Connessa all’empatia è la tematica del rispecchiamento, sottolineata, tra gli altri, da Donald Winnicott e nei tempi recenti da vari autori che fanno riferimento alla tematica della mentalizzazione e, all’interno delle neuroscienze, dei neuroni specchio. Infine, vari esponenti della psicoanalisi contemporanea (Bob Stolorow, Jessica Benjamin, Owen Renik e altri) propongono un paradigma “intersoggettivo” che si distanzia nettamente dalla “teoria del conflitto moderna” rappresentata dalla revisione teorica operata da autori “classici” quali Charles Brenner e Jack Arlow ma che, a ben vedere, ha anche importanti somiglianze spesso sottovalutate (queste considerazioni vengono fatte da Chris Christian in un interessante articolo pubblicato sul n. 2/2015 di Psicoterapia e Scienze Umane). Un aspetto importante di questo seminario quindi consiste nel fatto che nella discussione dell’identificazione proiettiva vengono fatti riferimenti anche ad altri concetti psicoanalitici che sono collegati ad essa, chiarendone per quanto possibile le differenze e le somiglianze.

Per chi fosse interessato, una trattazione approfondita di questa tematica è nel capitolo 7 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Programma

Lectio di Paolo Migone

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

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ETICA DEL CONFLITTO E LOTTE FRATRICIDE

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Jacques-Louis David, "Il giuramento degli Orazi", olio su tela, 1784. Musée du Louvre, Parigi. Bridgeman Images
Crediti: 1 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 1h
Docente:

Maurizio Bettini, classicista e scrittore, Direttore del Centro “Antropologia e Mondo antico” dell’Università di Siena

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

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ETICA DEL CONFLITTO E LOTTE FRATRICIDE

Razionale scientifico

In questo seminario Paolo Migone spiega in dettaglio il concetto psicoanalitico di identificazione proiettiva sulla base della descrizione che ne fece Thomas H. Ogden in un articolo del 1979, poi inserito nel suo libro del 1982 Identificazione proiettiva e tecnica psicoterapeutica (Roma: Astrolabio, 1994).

La discussione di Ogden di questo concetto è una delle più chiare e permette facilmente di comprenderne tutti i risvolti teorici e clinici. Ogden, che risentiva dell’influenza kleiniana e soprattutto bioniana, divide il processo dell’identificazione proiettiva in tre fasi: proiezione, pressione interpersonale, e re-internalizzazione. Ogni fase viene descritta e spiegata facendo riferimento ad esempi clinici e vengono fatti anche collegamenti con termini e concezioni fuori dal campo psicoanalitico, appartenenti alla tradizione (quali il malocchio, la fattura, la possessione, etc.). Non solo: vengono fatte considerazioni anche su altri concetti collegati, peraltro oggi al centro del dibattito psicoanalitico: si accenna ad esempio ai temi del controtransfert, dell’empatia, del rispecchiamento e dell’intersoggettività.
Per quanto riguarda il controtransfert, ad esempio, Migone descrive la concezione “ristretta” di controtransfert che aveva Freud (che lo considerava un ostacolo al lavoro analitico) e quella “allargata” o “totalistica” inaugurata da Paula Heimann e Heinrich Racker dei primi anni ‘50 (che cominciarono a ritenerlo utile per conoscere l’inconscio del paziente), fino ad arrivare al dibattito contemporaneo che vede anche posizioni moderate, come quella di Morris Eagle, che sottolineano i rischi di allontanarsi troppo dalla posizione freudiana (Eagle ha esposto queste sue riflessioni in un importante articolo, dal titolo “Il controtransfert rivisitato“, uscito sul n. 4/2015 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, di cui Migone è condirettore). È importante una discussione del controtransfert perché Migone mostra bene come l’identificazione proiettiva sia praticamente sovrapponibile al controtransfert inteso nella sua concezione allargata. Per quanto riguarda il concetto di empatia, studiato anche prima della psicoanalisi, fu utilizzato da Carl Rogers e poi all’interno della psicoanalisi da Heinz Kohut, con risvolti sia conoscitivi che terapeutici. Connessa all’empatia è la tematica del rispecchiamento, sottolineata, tra gli altri, da Donald Winnicott e nei tempi recenti da vari autori che fanno riferimento alla tematica della mentalizzazione e, all’interno delle neuroscienze, dei neuroni specchio. Infine, vari esponenti della psicoanalisi contemporanea (Bob Stolorow, Jessica Benjamin, Owen Renik e altri) propongono un paradigma “intersoggettivo” che si distanzia nettamente dalla “teoria del conflitto moderna” rappresentata dalla revisione teorica operata da autori “classici” quali Charles Brenner e Jack Arlow ma che, a ben vedere, ha anche importanti somiglianze spesso sottovalutate (queste considerazioni vengono fatte da Chris Christian in un interessante articolo pubblicato sul n. 2/2015 di Psicoterapia e Scienze Umane). Un aspetto importante di questo seminario quindi consiste nel fatto che nella discussione dell’identificazione proiettiva vengono fatti riferimenti anche ad altri concetti psicoanalitici che sono collegati ad essa, chiarendone per quanto possibile le differenze e le somiglianze.

Per chi fosse interessato, una trattazione approfondita di questa tematica è nel capitolo 7 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Programma

Lectio di Paolo Migone

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta

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RIFLESSIONI SULLA PSICOLOGIA E SUI TRAUMI DI GUERRA

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Alexander Gardner, "Rovine del mulino di Gallego", Richmond (fotografia), 1865, The Metropolitan Museum of Arts, New York.
Crediti: 1 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 1h
Docente:

Miguel Benasayag, Filosofo e psicoanalista, fondatore del Collectif Malgré tout

Responsabile corso:

Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta

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RIFLESSIONI SULLA PSICOLOGIA E SUI TRAUMI DI GUERRA

Razionale scientifico

Sono affidate a Miguel Benasayag, psichiatra e filosofo con un passato nella resistenza durante la dittatura argentina, le riflessioni sulla psicologia e sui traumi di guerra che il conflitto in Ucraina riporta all’attualità. Condiziona tuttora l’attività clinica di Benasayag la sua esperienza di vita, raccontata nel webinar con toccante drammaticità. Imprigionato per quattro anni nelle carceri argentine per prigionieri politici, il giovane studente di medicina era incaricato segretamente dall’organizzazione in cui militava di prendersi cura dei compagni la cui integrità psichica era andata in frantumi dopo le indicibili torture subite dai carcerieri. Un annientamento spesso ancor più irreversibile dei danni fisici patiti, che pure il futuro medico, anch’egli torturato, cercava di lenire. Ponendosi già allora il problema di come curare qualcuno che dalla violenza è stato totalmente destrutturato, cercando quel punto che ancora tiene dal quale provare, lentamente, a ricostruire. Lo stesso interrogativo già posto in Francia dai sopravvissuti agli attentati terroristici e d’ora in poi in tutta Europa dall’arrivo dei profughi ucraini fuggiti dalla guerra.

Ma cosa significa oggi per uno psichiatra, uno psicologo, uno psicoterapeuta occidentale avere di fronte un paziente con traumi di guerra? Benasayag, riprendendo un tema espresso nella precedente lectio in webinar per Synapsis fissa il contesto attuale in cui ridefinire la patologia: un Occidente in profonda crisi in cui la certezza di un mondo governato dalla ragione è ormai venuta meno. Dopo secoli di cartesiano antropocene (ovvero la centralità dell’uomo soggetto nell’universo oggetto) che già aveva iniziato a incrinarsi all’alba del Novecento, dovrà cambiare il nostro modo di abitare il mondo. Così come un clinico dovrà ripensare la relazione col proprio paziente: individuo cui la società contemporanea chiede di funzionare, quasi fosse una macchina, ma che invece più di tutti avverte come la promessa del futuro si sia ormai trasformata in minaccia. Sono in verità sempre di più – osserva Benasayag – a pensare che le pandemie, la catastrofe ecologica, e ora anche la guerra siano quel futuro minaccioso già arrivato. Di questa realtà depressiva, che attanaglia anche i giovani fino ai bambini, il clinico deve prendere atto: non potrà più rassicurare i suoi pazienti, essendovi egli stesso immerso. Del Benasayag clinico è cambiata la prospettiva rispetto a quarant’anni fa, quando permaneva la speranza in un domani di libertà e democrazia fuori dalle mura di quel carcere. Il compito del clinico oggi, che Benasayag teorizza nella sua “terapia situazionale”, sarà dunque accompagnare il paziente nell’abitare un mondo in cui la minaccia è reale, assumendo il presente oscuro senza promettere, ammettendo anche di non sapere. Si tratta di costruire un’etica immanente, che trovi un modo di esistere qui e ora se non esiste più un fuori e un domani, perché, citando Beckett, è questo ormai il nostro tutto.

 

Programma

Lectio di Miguel Benasayag

 

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Medico Chirurgo: Neurologo, Neuropsichiatra infantile, Psichiatra, Psicoterapeuta

Psicologo, Psicoterapeuta

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LA DIFFERENZA TRA PSICOANALISI E PSICOTERAPIA

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Dirmuid Kelley, "Chips with Everything", olio su tela (2001), Collezione privata. Photo © Offer Waterman & Co. / Bridgeman Images
Crediti: 1 ECM
Costo: gratuito
Durata corso: 1h
Docente:

Paolo Migone Psichiatra e psicoterapeuta, condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane

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LA DIFFERENZA TRA PSICOANALISI E PSICOTERAPIA

Razionale scientifico

La differenza tra psicoanalisi e psicoterapia è un problema annoso, discusso in infiniti dibattiti nella storia del movimento psicoanalitico e mai concluso in modo unanime. Il motivo di tale difficoltà sta nel fatto che vi sono vari modi di intendere la psicoanalisi, e di conseguenza diverse opinioni sulla sua differenza dalla psicoterapia. E questo vale ancor di più per la psicoterapia, perché vi sono molte forme di psicoterapia, alcune estremamente lontane tra loro.

In questo seminario Paolo Migone chiarisce innanzitutto come per psicoterapia egli intenda qui la psicoterapia psicoanalitica, e non la psicoterapia in generale. Capire bene la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica implica in effetti definire l’identità della psicoanalisi, perché chiarendo cosa essa non è si può arrivare anche a capire cosa essa è. Migone espone alcune sue riflessioni, pubblicate per la prima volta in un articolo nel n. 4/1991 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane e approfondite negli anni successivi, confrontandosi in numerosi dibattiti (ad esempio con Kernberg e Green), arrivando a proporre una definizione allargata di psicoanalisi. Secondo questa definizione è possibile chiarire la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia in un modo chiaro e corrente, senza le contraddizioni che, a parere di Migone, spesso si notano nei tanti – e vani – tentativi fatti da molti autori che hanno cercato di chiarire questa differenza. L’autore di riferimento per Migone in questo dibattito è Merton Gill, che nel 1984 scrisse un articolo sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia in cui rivide criticamente le posizioni che lui stesso aveva espresso in un famoso articolo del 1954, quindi 30 anni prima, per molti tuttora un punto di riferimento. Nel 1954 Gill aveva proposto quattro criteri intrinseci (cioè teorici) per definire la psicoanalisi (e quindi per differenziarla dalla psicoterapia), mentre nel 1984 mantenne uno solo di questi criteri, l’analisi del transfert, dato che modificò gli altri tre criteri alla luce di una sua revisione teorica. Un altro autore che Migone discute in questo seminario è Kurt Eissler, che nel 1953 aveva scritto un articolo fondamentale sui cosiddetti “parametri di tecnica”, permettendo di definire in modo molto coerente cosa è psicoanalisi e cosa è psicoterapia. A parere di Migone, l’analisi teorica di Eissler è tuttora valida ed estremamente importante, pur essendo cambiato il nostro modo di intendere il setting analitico (che per Eissler era quello cosiddetto “classico”). Se noi utilizziamo la cornice teorica della Psicologia dell’Io, che come è noto sottolinea il punto di vista delle difese e dell’adattamento (aspetti che non erano considerati da altre scuole psicoanalitiche, ad esempio da quella kleinina, al cui interno non a caso non è mai esistito un dibattito sulla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia), oggi è possibile vedere la cosiddetta psicoanalisi e la cosiddetta psicoterapia come declinazioni della stessa teoria generale, quindi la differenza tra psicoanalisi e psicoterapia per così dire si scioglie – a parere di Migone. Infatti, come afferma provocatoriamente in questo seminario «con determinati pazienti l’unico modo per essere veri psicoanalisi è quello di fare gli psicoterapeuti». Per chi fosse interessato, una trattazione approfondita di questa tematica, anche con un dettagliato esempio clinico, è nel capitolo 4 del libro di Paolo Migone Terapia psicoanalitica (FrancoAngeli, 1995, 2010).

Professioni accreditate

Medico Chirurgo: Psichiatra, Psicoterapeuta, Neuropsichiatra Infantile, Neurologo
Psicologo e Psicologo Psicoterapeuta
Educatore Professionale
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
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