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Ford, Peter A Walking, Talking and Standing Still © Peter A Ford. All rights reserved
Marco Aime Professore ordinario di Antropologia presso il Dipartimento di scienze politiche e internazionali dell’Università degli Studi di Genova.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta);
Psicologo (psicologo, psicoterapeuta);
Assistente sanitario;
Logopedista;
Fisioterapista;
Educatore professionale;
Infermiere, Infermiere pediatrico;
Tecnico della riabilitazione psichiatrica;
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva;
Terapista occupazionale.
Si fa presto a dire colore, ma cos’è davvero un colore? E come lo percepiamo? La visione dei colori è universale, vediamo tutti gli stessi colori, ma li interpretiamo diversamente. La loro percezione cambia da cultura a cultura e al nero, per esempio, noi abbiamo dato una connotazione negativa. “Giornata nera, lavoro nero, mercato nero…” E quando quel nero diventa pelle, smette di essere solo un colore e si trasforma in una condanna: riduce le persone a corpi, senza distinzione e li spinge ai margini, nel lato negativo della società. Trasforma le società umane in “razze”. La deumanizzazione dei neri (come quella dei “gialli”, dei “rossi”…) è servita, ieri come oggi, a legittimare la loro sottomissione. L’individuo ridotto a semplice corpo può essere sottomesso e deportato. Marco Aime, antropologo di grande caratura, propone storie del passato e del presente, per non dimenticare quante sofferenze ha causato il colore della pelle.
Lezione di Marco Aime.
In collaborazione con il festival “Dialoghi di Pistoia”
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Hugo Grenville, A Corner of the Studio, Autumn Afternoon © Bridgeman Images.
Daniela Brogi Professoressa Ordinaria di Letteratura Contemporanea.
Giorgio Fontana Docente di scrittura creativa presso la Scuola Holden e la Scuola Belleville.
Giulio Iacoli Professore associato di Critica letteraria e letterature comparate all’Università di Parma.
Chiara Lagani Attrice e drammaturga.
Nunzia Palmieri Professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Bergamo.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Logopedista
Fisioterapista
Ostetrica
Infermiere; Infermiere pediatrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
La malattia non è solo un evento biologico: è un’esperienza carica di significati culturali e personali. Il ciclo Letteratura e salute esplora il rapporto tra narrazione letteraria e malattia attraverso un percorso che attraversa due secoli di letteratura, da Alessandro Manzoni a Susan Sontag, mostrando come i grandi autori e intellettuali abbiano anticipato questioni che oggi sono al centro della medicina narrativa e delle professioni di aiuto. Nell’ambito della relazione terapeutica, saper ascoltare la storia di un paziente, riconoscere il peso del linguaggio con cui si parla di malattia, comprendere la dimensione soggettiva e sociale del corpo malato, sono competenze che la letteratura è in grado di consolidare con straordinaria efficacia.
Chiara Lagani ripercorre la vicenda umana di Susan Sontag attraverso l’analisi di Malattia come metafora (1978), scritto dopo la sua esperienza personale con il cancro al seno. Sontag non parla della malattia in sé, ma del linguaggio con cui la società la descrive: un linguaggio carico di moralismo, colpa e stigma che deforma la percezione del paziente e ostacola la cura. Il cancro come nemico da combattere, l’AIDS come punizione per comportamenti reprensibili, sono metafore che demoralizzano, isolano, colpevolizzano. Per i professionisti sanitari, riconoscere questi meccanismi linguistici è essenziale: il modo in cui si comunica una diagnosi e si parla di malattia non è neutro, ma agisce concretamente sul vissuto del paziente e sulla relazione terapeutica.
Giulio Iacoli affronta la patografia come genere letterario attraverso Citomegalovirus, il diario ospedaliero di Hervé Guibert, scritto durante il ricovero per le complicazioni dell’AIDS. Tra testimonianza e reinvenzione narrativa, con uno stile nominale ed essenziale, Citomegalovirus si sofferma sul rapporto con medici e infermieri dalla prospettiva del malato: il bisogno di essere rispettato, la percezione delle dinamiche di potere in corsia, la camera d’ospedale come bozzolo
che amplifica la paura del mondo esterno. Una lettura preziosa per chi lavora in contesti di cura, capace di restituire dall’interno l’esperienza del ricovero.
Giorgio Fontana interpreta La metamorfosi di Franz Kafka come testo sulla malattia e sulla cura mancata. Gregor Samsa si trasforma in un insetto, una creatura repellente, indefinita, oggettificata, e si ritrova intrappolato in un corpo che non riesce a comunicare i propri bisogni, che comprende senza poter essere compreso. Kafka racconta con precisione spietata ciò che accade quando la malattia incontra l’insofferenza di chi sta intorno: la stanza diventa camera
d’ospedale e la famiglia, da luogo di cura, si trasforma progressivamente in luogo di rifiuto. In questa prospettiva, la cura, non solo corporea, ma anche affettiva, emerge come condizione indispensabile per la guarigione o, almeno, per la dignità del malato.
Daniela Brogi affronta i capitoli sulla peste nei Promessi Sposi attraverso la lente della medicina narrativa, disciplina fondata da Rita Charon, che valorizza l’ascolto del vissuto soggettivo del paziente come strumento terapeutico. Manzoni descrive con impressionante modernità le dinamiche sociali dell’epidemia: la cecità collettiva, le logiche deliranti, lo stigma degli untori, tutti meccanismi che dopo la pandemia da Covid siamo in grado di riconoscere come vicini. Dal romanzo la malattia emerge come un potente dispositivo di inquadratura sociale, capace di rendere visibile come le sue conseguenze ricadano sempre più duramente sulla
popolazione più debole. Ma i Promessi Sposi raccontano anche la potenza riparativa della narrazione stessa: sono i momenti in cui i protagonisti condividono la propria storia, cicatrizzando attraverso il racconto l’orrore vissuto.
Nunzia Palmieri esplora il disturbo ossessivo compulsivo attraverso la letteratura, da Poe a Dostoevsky fino a Bernhard e Svevo. La letteratura ha anticipato di decenni la psichiatria nel descrivere la rigidità del pensiero ossessivo, il dubbio paralizzante, i rituali coercitivi, e lo ha fatto dall’interno, attraverso voci narranti che trascinano il lettore dentro sistemi di pensiero apparentemente irrazionali ma internamente coerenti. Per psicologi e psicoterapeuti, questa prospettiva allena a riconoscere e abitare il punto di vista del paziente senza giudicarlo. La scrittura stessa, mostrano questi autori, può essere pratica terapeutica: atto liberatorio che
trasforma il sintomo in racconto.
“Malattia come metafora di S. Sontag” – Chiara Lagani
“Citomegalovirus di H. Guibert” – Giulio Iacoli
“La metamorfosi di F. Kafka” – Giorgio Fontana
“I promessi sposi di A. Manzoni” – Daniela Brogi
“Letteratura e ossessioni” – Nunzia Palmieri
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Laurie Michaels Anxiety © Laurie Michaels. All rights reserved 2026 / Bridgeman Images
Loredana Cirillo Docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta);
Psicologo (psicologo, psicoterapeuta);
Assistente sanitario;
Logopedista;
Fisioterapista;
Educatore professionale;
Infermiere, Infermiere pediatrico;
Tecnico della riabilitazione psichiatrica;
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva;
Terapista occupazionale.
Le trasformazioni dell’adolescenza rendono il corpo disponibile ad essere manipolato, più che in altre fasi dello sviluppo. Dalla fisiologica sperimentazione delle nuove dotazioni, alla violenza verso sé stessi o verso gli altri, il corpo è al centro della crescita e del tormento evolutivo.
Piercing e tatuaggi, ritocco estetico, self cutting, disturbi della condotta alimentare, accoltellamenti, gesti violenti e antisociali esprimono le diverse forme attraverso cui il corpo diventa ricettacolo e megafono di emozioni, vissuti ma anche di disagi che allarmano gli adulti e l’opinione pubblica. Quali sono oggi i significati sottesi a tali fenomeni? Perché l’attacco al proprio corpo è così diffuso? La violenza e il possesso delle lame tra gli adolescenti quali malesseri esprimono e come possiamo intervenire per prevenirli?
Lezione di Loredana Cirillo.
In collaborazione con il festival “Dialoghi di Pistoia”
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© Psicoterapia e Scienze Umane
Paolo Migone Psichiatra e psicoanalista, condirettore della rivista “Psicoterapia e Scienze Umane”.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
La lezione ripercorre la storia e il progetto culturale della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, fondata da Pier Francesco Galli e nata dal metodo di lavoro del “Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia”. Comprendere le origini e l’evoluzione di questa rivista significa ripercorrere una parte cruciale della storia della psicoterapia italiana: dagli anni Sessanta, quando la psichiatria non si era ancora scorporata dalla neurologia e formarsi come psicoterapeuta era pressoché impossibile, fino al panorama contemporaneo, segnato da nuove forme di disagio e da nuove disuguaglianze nell’accesso alle cure.
Attraverso la ricostruzione di Paolo Migone, attuale condirettore della rivista, la lezione offre ai professionisti della salute mentale una prospettiva storico-critica indispensabile per contestualizzare il proprio lavoro clinico. Temi come le “tolleranze parallele”, la coesistenza di approcci teorici diversi senza autentico confronto critico, o il rapporto tra formazione clinica e impegno sociale restano di stringente attualità. Allo stesso modo, l’analisi delle trasformazioni del campo psicoterapeutico italiano, dalla stagione anti-istituzionale degli anni Settanta al boom delle scuole private di formazione fino alla progressiva disaffezione dei giovani psichiatri per il servizio pubblico, consente di leggere il presente con maggiore consapevolezza.
La conoscenza della propria tradizione disciplinare, del dibattito sulla teoria della tecnica e del contesto culturale e istituzionale in cui si esercita la clinica costituisce parte integrante per il raggiungimento della maturità professionale.
La storia della psicoterapia in Italia attraverso i 60 anni della rivista Psicoterapia e Scienze Umane – Paolo Migone
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Copertina libro
Rita Charon Professoressa di Medicina Clinica e Direttrice del Programma di medicina narrativa alla Columbia University.
Christian Delorenzo Hospital Literary Advisor presso il Centre Hospitalier Intercommunal de Créteil e traduttore di Rita Charon
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta);
Psicologo (psicologo, psicoterapeuta);
Assistente sanitario;
Logopedista;
Educatore professionale;
Infermiere, Infermiere pediatrico;
Fisioterapista;
Ostetrica;
Tecnico della riabilitazione psichiatrica;
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva;
Terapista occupazionale.
Come rendere centrale la storia del paziente nel processo terapeutico? Quali sono i rapporti tra medicina narrativa e psicoanalisi? In che modo le narrazioni da leggere, da scrivere e da condividere contribuiscono non solo alla formazione degli studenti e dei professionisti sanitari ma anche alla pratica clinica e a una sanità più equa? Sono alcune tra le domande a cui dà risposta Rita Charon, che si occupa di questi temi da ormai quarant’anni ed è la personalità più nota a livello mondiale nel campo della medicina narrativa. Il volume edito da Raffaello Cortina Editore (2026) offre un inedito percorso che disegna le nuove frontiere di questa disciplina con uno stile acuto e una scrittura appassionante, offrendo una serie di riflessioni aggiornate e di spunti originali sul ruolo e sull’uso della narrazione nelle relazioni e nei contesti di cura. Perché siamo quello che raccontiamo, ed è fondamentale ricordarlo soprattutto quando le nostre vite fanno l’esperienza capitale della finitudine e della sofferenza..
Acquistando il corso Raccontare la malattia è possibile accedere anche a La medicina narrativa: una introduzione, una lezione di Christian Delorenzo, traduttore di Rita Charon.
CORSO 1
Lettura e studio di Raccontare la malattia. Le nuove frontiere della medicina narrativa di Rita Charon, Raffaello Cortina Editore 2026
17 crediti ECM
CORSO 2
“La medicina narrativa: una introduzione”: una lezione a cura di Christian Delorenzo
1 credito ECM
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Claire Huntley / Welsh, Escalator People © Claire Huntley. All rights reserved 2026 / Bridgeman Images
Marco Aime Professore ordinario presso il Dipartimento di scienze politiche e internazionali – DiSPI dell’Università degli Studi di Genova.
Sara Bonfanti Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Genova.
Adriano Favole Professore ordinario di Antropologia culturale presso l’Università di Torino e Direttore del Laboratorio “Arcipelago Europa.
Laura Porta Psicologa, psicoterapeuta e psicoanalista libero professionista; socia fondatrice di Jonas Onlus.
Giuseppe Varchetta Sarchi Psicologo dell’organizzazione di formazione psico-socioanalitica, consulente di sviluppo organizzativo in
contesti aziendali.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Logopedista
Fisioterapista
Infermiere; Infermiere pediatrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Ancor prima del momento in cui veniamo al mondo, i riti accompagnano la nostra vita e ne scandiscono ogni tappa. Il ciclo Riti contemporanei indaga quattro momenti chiave dell’esistenza umana – nascita, maturità, lavoro, morte – da una prospettiva interdisciplinare che unisce antropologia, psicologia e sociologia. Il filo conduttore è la funzione che i riti, radicati di generazione in generazione, continuano a svolgere nella società contemporanea: definire appartenenze, segnare passaggi di status, tenere insieme le comunità.
Nella lezione introduttiva, l’antropologo Marco Aime definisce le condizioni perché un rito si possa considerare tale: collettività, rispetto di canoni precisi, coinvolgimento della comunità, legame con lo status sociale. A partire dalla teoria delle tre fasi di van Gennep – separazione, transizione, reintegrazione – si ripercorre l’evoluzione di alcuni riti nel corso del tempo. Se l’individualismo contemporaneo e la società sempre più fluida hanno reso i riti più labili e i punti di riferimento meno netti, i riti non sono scomparsi: dalle celebrazioni civili e religiose a tutti i momenti che scandiscono gli eventi chiave dell’esistenza, ogni comunità sente ancora il bisogno di riunirsi intorno a forme collettive e ben codificate.
Con l’antropologa Sara Bonfanti entriamo nell’analisi del primo momento di passaggio vero e proprio: la nascita, come evento fondativo dell’esperienza umana, costituisce un potente rito di passaggio in cui le tre fasi descritte da van Gennep trovano piena espressione. Non si tratta di un evento meramente biologico: venire al mondo è un atto culturale che coinvolge corpo, mente e società nel suo insieme, e consegna l’individuo alla società che lo riceve. A partire dal concetto di “nascita tecnocratica” elaborato da Davis-Floyd (1992), la lezione racconta il passaggio che ha sottratto l’evento nascita alla comunità, medicalizzandolo e consegnandolo alle istituzioni sanitarie: un processo che, pur garantendo sicurezza, rischia di marginalizzare saperi e pratiche culturalmente diversi, rendendo sempre più necessario il ruolo della mediazione culturale nei percorsi di accompagnamento alla nascita.
La psicologa e psicoterapeuta Laura Porta esplora il concetto di maturità passando in rassegna alcune delle voci più autorevoli della psicoanalisi e della filosofia contemporanea. Partendo dal concetto lacaniano secondo cui questo processo si radica nel desiderio dell’Altro – nell’alternanza di presenza e assenza della figura genitoriale – la lezione ripercorre come il concetto di maturità sia stato declinato nel tempo dalle diverse teorie psicoanalitiche, arrivando fino ai giorni nostri con a Romano Màdera e Miguel Benasayag. Ne emerge un quadro ricco e stratificato in cui la maturità non coincide con una soglia anagrafica ma con un processo dinamico di soggettivazione: il percorso attraverso cui un individuo diventa capace di abitare la propria vita con desiderio e responsabilità.
Lo psicologo Giuseppe Varchetta affronta il tema del lavoro come spazio in cui la dimensionerituale collettiva è oggi profondamente erosa. Il progressivo prevalere della logica finanziaria a breve termine su quella industriale ha ridisegnato l’esperienza lavorativa italiana ed europea, disperdendo il capitale creativo e indebolendo la funzione identitaria e aggregante che il lavoro storicamente svolgeva. I giovani lavoratori, rispetto alle generazioni precedenti, rispondono a questa crisi non con una rivoluzione collettiva, ma rivendicando il tempo fuori dal lavoro come quello dove si esplica la propria autorealizzazone. Di fronte a una risposta poco lungimirante da parte delle organizzazioni, Varchetta individua tuttavia nello spazio trans-soggettivo – la dimensione relazionale tra soggetti che portano ciascuno il proprio bagaglio emozionale – la possibilità di ricostruire alleanze e riconoscimento reciproco, condizioni necessarie perché il lavoro torni ad essere luogo di senso condiviso e non solo di obiettivi individuali.
L’antropologo Adriano Favole affronta il tema della morte evidenziando una caratteristica unica dei riti funebri: la loro universalità. Sebbene diversamente declinati culturalmente e storicamente, essi rappresentano infatti una costante per qualsiasi società, e la loro assenza è da sempre legata a situazioni di conflitto e di disumanità estrema. Antropologicamente, la morte rappresenta una frattura nella società, che va ricucita, e i riti servono proprio a questo: ricostruire la tessitura sociale e ricreare comunità a seguito di una perdita. Attraverso esempi da comunità diverse del mondo, dai Dayak del Borneo, con la loro pratica della doppia sepoltura, agli Inuit, la lezione ripercorre le principali teorie antropologiche, come l’interpretazione funzionalista di Robert Hertz e quella di Clifford Geertz, che legge i riti come arene di tensione sociale. Emerge così una visione processuale della morte, che appare lontana dalla sensibilità occidentale contemporanea ma antropologicamente più fedele alla complessità di un evento che non si esaurisce in un istante, ma richiede tempo per essere elaborato dalla comunità.
“Introduzione sui riti di passaggio” – Marco Aime
“Nascita” – Sara Bonfanti
“Maturità” – Laura Porta
“Lavoro” – Giuseppe Varchetta
“Morte” – Adriano Favole
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Davide Carnevali Autore, regista e teorico del teatro.
Claudio Franzoni Storico dell’arte e Membro della Fondazione “Il Correggio Onlus”.
Silvia Romani Professore Ordinario del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali presso l’Università degli Studi di Milano Statale.
Rocco Ronchi Professore Ordinario di Filosofia Teoretica e Docente IRPA – Istituto di Psicoanalisi Applicata.
Alessandra Sarchi Scrittrice, storica dell’arte e traduttrice.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Logopedista
Fisioterapista
Ostetrica
Infermiere; Infermiere pediatrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Il ciclo dedicato alle figure del mito esplora alcune immagini archetipiche della tradizione greca, mettendo in luce come il mito non sia un semplice racconto del passato, ma uno strumento attraverso cui leggere simbolicamente questioni attuali: il rapporto tra individuo e società, tra razionalità e alterità, tra identità e differenza. Le cinque figure analizzate – Penelope, Tiresia, Medea, Ercole e Pandora – interrogano categorie fondamentali quali il genere, il potere, il sapere e il limite. Dalle lezioni il mito emerge come linguaggio vivo, capace di interrogare il presente e di offrire strumenti critici per comprendere la complessità dell’esperienza umana.
La figura di Penelope, riletta da Alessandra Sarchi, si colloca al centro di una riflessione sulla soggettività femminile nella tradizione occidentale. Lungi dall’essere soltanto modello di fedeltà coniugale, Penelope incarna una forma di intelligenza strategica e di resistenza, che si esprime nel tempo sospeso della tessitura e del disfacimento. In questo senso, il suo gesto non indica passività, ma piuttosto costruzione di uno spazio di autonomia all’interno di un sistema patriarcale. La sua attesa si configura come pratica attiva, capace di aprire una dimensione simbolica in cui il femminile non è riducibile a funzione subordinata.
Tiresia, analizzato da Rocco Ronchi, incarna lo “sguardo senza occhio”, contrapposto all’“occhio senza sguardo” dei mortali: una figura che attraversa i confini tra umano e divino, tra vita e morte, tra maschile e femminile. La sua esperienza di trasformazione sessuale e la sua funzione divinatoria lo rendono depositario di una verità che emerge come disvelamento (aletheia), in opposizione alla conoscenza superficiale e ingannevole. La cecità del veggente non è una menomazione, ma la condizione di accesso a una forma di conoscenza che supera il piano delle apparenze sensibili: in questa prospettiva, il mito di Tiresia anticipa una concezione della filosofia come esercizio di trasformazione dello sguardo.
La lezione su Medea, proposta da Davide Carnevali, ha messo in evidenza il carattere perturbante di questa figura, portatrice di un sapere “altro”, non riconducibile alla logica razionale della polis. Medea è straniera, donna e maga, portatrice di una conoscenza potente e minacciosa che la cultura greca fatica ad assimilare. Nella tragedia di Euripide, il gesto estremo dell’uccisione dei figli assume un valore simbolico di rottura della linea patriarcale, che mette in crisi l’ordine sociale fondato sulla discendenza e sull’appartenenza. Le riletture moderne, da Pasolini a Christa Wolf, hanno ulteriormente evidenziato la dimensione politica del personaggio, interpretandolo come figura di resistenza rispetto ai processi di razionalizzazione e normalizzazione della modernità.
Ercole, al centro della lezione di Claudio Franzoni, rappresenta una figura ambivalente, in cui la forza fisica e la virtù eroica si intrecciano con elementi di fragilità e ambiguità. Tradizionalmente associato alla lotta e al superamento delle prove, Ercole diventa nel mondo romano e cristiano simbolo di virtù morale e di vittoria sulla morte, come testimoniano le sue frequenti raffigurazioni sui sarcofaghi. Tuttavia, episodi come quello della schiavitù presso Onfale, in cui l’eroe è costretto a svolgere attività femminili, mettono in scena il rischio della perdita di sé e la necessità di mantenere un equilibrio tra forza, virtù e controllo.
La figura di Pandora, approfondita da Silvia Romani, apre una riflessione sull’origine del femminile e sulla sua costruzione simbolica. Prima donna creata dagli dei, Pandora rappresenta una figura ambivalente: dono e al tempo stesso sciagura per l’umanità. La sua creazione segna una frattura originaria tra maschile e femminile e introduce nella condizione umana il lavoro, la sofferenza e la mortalità. Il mito, in dialogo con tradizioni parallele come quella biblica, mostra come il corpo femminile sia pensato fin dall’origine come costruzione artificiale, superficie decorata e osservata dall’esterno. Tuttavia, nel gesto di trattenere la speranza all’interno del vaso, Pandora conserva anche una dimensione salvifica, che rende possibile la sopravvivenza umana nonostante la presenza del male.
“Penelope” – Alessandra Sarchi
“Tiresia” – Rocco Ronchi
“Medea” – Davide Carnevali
“Ercole” – Claudio Franzoni
“Pandora” – Silvia Romani
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Franziska Neubert, Sul divano © Franziska Neubert. All Rights Reserved 2026 / Bridgeman Images
Paolo Migone Psichiatra e psicoanalista, condirettore della rivista “Psicoterapia e scienze umane”
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile)
Psicologo, Psicoterapeuta
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Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
La psicoterapia contemporanea si caratterizza per una crescente integrazione tra tradizioni teoriche diverse e per un dialogo sempre più fecondo con la ricerca empirica. Questo ciclo di cinque lezioni di Paolo Migone, psichiatra, psicoanalista e condirettore della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, si propone di approfondire alcuni dei contributi più significativi della letteratura psicodinamica e cognitiva degli ultimi decenni, con l’obiettivo di fornire ai professionisti della salute mentale e a chi lavora nelle professioni d’aiuto strumenti concettuali aggiornati e clinicamente applicabili.
La Control-Mastery Theory di Weiss e Sampson
Sviluppata dal San Francisco Psychotherapy Research Group a partire dagli anni Settanta sulla base di una rigorosa metodologia empirica, la Control-Mastery Theory propone una visione del paziente come soggetto attivo, dotato di un piano inconscio orientato alla guarigione. I concetti di test e di credenza patogena offrono una lettura originale del transfert e della relazione terapeutica, con importanti ricadute tecniche sulla gestione delle sfide che il paziente pone al terapeuta nel corso del trattamento.
La polarità autonomia/dipendenza nella ricerca di Sidney Blatt
Il modello di Blatt individua due dimensioni fondamentali della personalità — la dipendenza (nelle personalità “anaclitiche”, come le definì Freud) e l’autonomia (nelle personalità “introiettive”, sempre nella definizione di Freud) — e le collega differenzialmente alle forme di psicopatologia e alla risposta ai diversi orientamenti terapeutici. Questa prospettiva, recepita anche dal Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM), invita il clinico a modulare l’approccio terapeutico in funzione del profilo di personalità del paziente, superando impostazioni diagnostiche rigide e decontestualizzate.
La teoria del “codice multiplo” di Wilma Bucci
Collocandosi tra psicoanalisi e scienze cognitive, Bucci propone un modello articolato in tre sistemi di codifica — simbolico-verbale, simbolico non verbale e subsimbolico — e introduce il concetto di attività referenziale come indicatore del grado di integrazione tra processi emotivi e linguaggio. La lezione esplora le implicazioni cliniche di questo modello, in particolare il rischio di una terapia che può essere anche verbalmente ricca ma emotivamente disconnessa, e le strategie per favorire un maggiore collegamento (“attività referenziale”, cioè i riferimenti) tra i diversi codici cognitivi del paziente.
Controtransfert e intersoggettività
La svolta relazionale della psicoanalisi contemporanea ha profondamente ridefinito il ruolo del terapeuta nel processo terapeutico. La lezione ripercorre l’evoluzione del concetto di controtransfert dalla visione classica freudiana a una concezione più ampia che include l’identificazione proiettiva e la co-costruzione dei significati della relazione, discutendo criticamente i rischi di un’applicazione estremizzata dell’ottica intersoggettiva e proponendo un uso clinicamente equilibrato di questi strumenti concettuali.
Una breve storia della psicoterapia
La lezione offre una panoramica storica e concettuale delle principali tradizioni psicoterapeutiche, dalle origini nel mesmerismo e nell’ipnosi fino agli sviluppi delle tre grandi “forze” del movimento psicoterapeutico: psicoanalisi, terapia cognitivocomportamentale e psicologia umanistica. Collocare la propria pratica clinica in una cornice storica più ampia consente al professionista di comprendere meglio le radici epistemologiche dei modelli che utilizza e di orientarsi con maggiore consapevolezza nella pluralità degli approcci oggi disponibili.
“La Control-Mastery Theory di Weiss e Sampson”
“La polarità autonomia/dipendenza nella ricerca di Sidney Blatt”
“La teoria del “codice multiplo” di Wilma Bucci”
“Controtransfert e intersoggettività”
“Una breve storia della psicoterapia”
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Mario Sughi, Sunday morning at the park. ©Mario Sughi/Bridgeman Images.
Raffaella Lops Agente letteraria.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere, Infermiere Pediatrico
Fisioterapista
Logopedista
Ostetrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
È obbligatorio avere letto, prima di ciascun incontro, il libro oggetto di discussione.rnPer ottenere i crediti ECM è obbligatorio partecipare a tutti gli incontri.
Il corso è strutturato come un gruppo di lettura e prevede due incontri, distribuiti su altrettanti mesi, durante i quali, sotto la guida di Raffaella Lops, saranno approfonditi i seguenti due libri: “Nella carne” di David Szalay, edito da Adelphi e vincitore del Booker Prize 2025, e “La notte nel cuore” di Natacha Appanah, edito da Einaudi e candidato al Premio Strega Europeo 2026.
“Nella carne” di David Szalay racconta la vita di István, che si dipana in un’alternanza di successi e disfatte sullo sfondo della storia europea degli ultimi quarant’anni. Dall’Ungheria a Londra e ritorno, dal crollo della Cortina di ferro alla pandemia, passando per la seconda guerra del Golfo e l’ingresso nell’Unione Europea dei Paesi dell’ex blocco sovietico, la sua è la parabola di un uomo in balìa di forze che non è in grado di controllare: non solo quelle all’opera sullo scacchiere politico del Vecchio Continente, che lo manovrano come un fantoccio, ma anche quelle – istintive – che ne governano la carne, spesso imprimendo svolte decisive alla sua esistenza. Tutto – i traumi e i lutti, i traguardi raggiunti e le potenziali soddisfazioni – lo lascia ugualmente impassibile, pronto a fronteggiare ogni accadimento, dal più fortunato al più tragico, con l’arma del suo laconico: «Okay». E forse è davvero questa l’unica ricetta per attraversare incolumi il tempo che ci è concesso in sorte: solcarlo senza illusioni, abbandonandosi alla corrente.
Nel maggio 2021 Nathacha Appanah apprende dell’omicidio della giovane Chahinez Daoud, avvenuto a Mérignac, nei pressi di Bordeaux. L’ex marito l’ha spiata, inseguita, braccata, le ha sparato alle gambe e l’ha bruciata viva in strada, a pochi metri da casa sua. La morte di Chahinez risveglia in Appanah un dolore che viene da lontano: la perdita della cugina Emma, brutalmente assassinata dal marito a Mauritius nel 2000. E riapre una ferita personale, profonda. È una storia che l’autrice non ha mai raccontato, a cui ha evitato di pensare a lungo. Una storia che adesso bisogna scrivere. Perché per poter restituire la voce a Emma e Chahinez, condannate per sempre al silenzio, Appanah deve partire da sé stessa, da quella ragazza che dai diciassette ai venticinque anni ha avuto una relazione con un uomo geloso, possessivo, violento, che l’ha abbindolata, isolata da tutti, piegata, asservita. E quasi uccisa. Appanah si affida a queste pagine ripercorrendo la propria esperienza, mentre ricostruisce le esistenze di Emma, moglie e madre imprigionata in un matrimonio senza via d’uscita, e di Chahinez, che aveva avuto la forza di divorziare, di ricominciare, di lasciare l’Algeria sperando in un futuro migliore per sé e i figli in Francia. A queste donne, oppresse dal controllo di uomini incapaci di rispettare le loro scelte e la loro indipendenza, Appanah dedica “La notte nel cuore”, la sua lotta contro l’oblio che troppo spesso circonda i femminicidi. Capitolo dopo capitolo, esamina le narrazioni della stampa, della giustizia, dei colpevoli, riferisce i ricordi di famigliari e amici, analizza le dinamiche della violenza cercando di portare alla luce il meccanismo fatale in cui sono rimaste intrappolate Emma e Chahinez. Con parole limpide, precise, di una bellezza struggente, Nathacha Appanah intreccia la sua verità a quella di Emma e Chahinez, attraversando la notte che nei loro cuori ha preso il posto dell’amore.
Obiettivo del corso è approfondire il legame tra la lettura e la narrazione di sé: parlare di un libro, parlarne davvero, e farlo con altri, equivale a dire qualcosa di profondo su se stessi, sulle proprie relazioni, sul rapporto con i ricordi e con il presente. La lettura dei testi e le attività proposte durante gli incontri agevoleranno l’emergere di riflessioni personali nei partecipanti e permetteranno di costruire un’esplorazione comune nel corso del dibattito in classe.
21 maggio, 18.00-19.30 — POSTICIPATO AL 26 MAGGIO, 18.00-19.30
Come i romanzi parlano di noi: Nella carne di David Szalay
18 giugno, 18.00-19.30
Come i romanzi parlano di noi: La notte nel cuore di Nathacha Appanah
Sono disponibili 35 posti che saranno assegnati ai primi 35, tra gli iscritti, che si presenteranno all’incontro del 21 maggio e che, come da pre-requisito richiesto, avranno letto il libro oggetto di discussione.
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Letizia Caruzzo Architetto presso Caruzzofabbro Architetti Associati, collaboratore di doppiozero.
Elena Granata Professore Associato di Urbanistica presso il Politecnico di Milano; vicepresidente della Scuola di Economia Civile.
Valerio Miselli Dirigente medico responsabile del Servizio di Diabetologia dell’ospedale di Scandiano.
Luca Molinari Curatore, critico e professore ordinario di Teoria e Progettazione Architettonica presso l’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli; direttore editoriale della rivista Platform.
Valeria Verdolini Coordinatrice scientifico-organizzativa e delle attività di formazione per Biennale Democrazia; Docente a contratto presso l’Università degli Studi di Milano.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico legale, medico di comunità, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere; Infermiere pediatrico
Logopedista (logopedista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Fisioterapista (fisioterapista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Ostetrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Il ciclo La cura dei luoghi esplora gli spazi fondamentali in cui si esprime l’esperienza umana — casa, ospedale, scuola, carcere e parco — come ambienti che non si limitano al loro scopo funzionale e sociale, ma contribuiscono a modellare identità, relazioni, salute e benessere collettivo. Attraverso prospettive storiche, architettoniche, urbanistiche e culturali, il percorso mostra come la qualità degli spazi influenzi profondamente i modi di abitare e coabitare, curare, educare e rieducare. Comprendere la dimensione simbolica e materiale dei luoghi significa acquisire strumenti critici per progettare ambienti più inclusivi, umani e sostenibili.
Luca Molinari ripercorre l’evoluzione del concetto di domesticità nel Novecento fino alle trasformazioni contemporanee, mostrando come la Casa sia uno spazio in continuo mutamento tra dimensione intima e apertura al mondo. Dalla ridefinizione del vivere domestico nel secolo scorso alle nuove forme di abitare emerse durante la pandemia, la casa viene letta come soglia simbolica tra interno ed esterno, tra protezione e relazione. L’analisi di esempi emblematici dell’architettura moderna – da Le Corbusier a Mies van der Rohe – evidenzia come l’ambiente domestico sia oggi sempre più fluido, in grado di ridefinire il rapporto tra individuo, famiglia e società.
Valerio Miselli analizza l’Ospedale nella sua evoluzione storica, dai luoghi di assistenza caritatevole medievali al complesso sistema sanitario contemporaneo. Attraverso testimonianze letterarie e casi contemporanei si analizzano i passaggi rituali dell’ospedalizzazione, il ruolo dei corridoi e delle sale d’attesa come spazi di comunicazione e attesa, e le criticità organizzative spesso date per scontate. Il tema dell’umanizzazione delle cure, della sicurezza, della centralità del paziente e del rapporto tra natura e guarigione evidenzia la necessità di ripensare l’ospedale non solo come luogo di trattamento, ma come ambiente di accoglienza, relazione e dignità.
Letizia Caruzzo in Scuola ripercorre l’evoluzione dell’edilizia scolastica dal secondo dopoguerra a oggi. Partendo dalla produzione standardizzata degli anni Sessanta in Italia, spesso funzionale ma povera di qualità architettonica e relazione con il contesto urbano, vengono messi a confronto modelli diversi, tra cui spicca l’esperienza della Rinnovata Pizzigoni di Milano, centrata su didattica attiva e spazi flessibili, oltre alle concezioni di architetti quali Guido Canella, Aldo Rossi, Francis Kéré. In dialogo con le linee guida del PNRR e con la visione di Renzo Piano della scuola come presidio civico e luogo di comunità, emerge il principio secondo cui la qualità dello spazio educativo incide direttamente sulla qualità dell’apprendimento e della vita collettiva.
La lezione di Valeria Verdolini analizza il Carcere come spazio che riflette il rapporto tra pena, diritti e funzione rieducativa, mettendo in luce le contraddizioni del sistema penitenziario contemporaneo, segnato dal problema del sovraffollamento e dalle richieste di maggiore sicurezza sociale. A partire dalle riflessioni illuministe contro pene crudeli e dalle analisi sociologiche sulle “istituzioni totali”, il carcere viene letto come ambiente che incide profondamente sull’identità della persona detenuta, attraverso pratiche di controllo, spersonalizzazione e separazione dal mondo esterno. Il percorso interroga inoltre le riforme che hanno superato modelli custodialistici, come gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, e il dibattito sul cosiddetto populismo penale, evidenziando la tensione costante tra funzione punitiva, dignità della persona e reinserimento sociale.
Elena Granata ricostruisce l’evoluzione del Parco, da riserva di caccia medievale a bene collettivo e infrastruttura urbana fondamentale, mostrando come il concetto di verde pubblico nasca nell’Ottocento come risposta all’industrializzazione e all’inquinamento delle città. Dai primi parchi pubblici europei ai grandi modelli urbani come quelli ottocenteschi, il parco diventa “polmone verde” delle città, spazio di socialità e rigenerazione fisica e psichica. Il percorso mette in luce il valore del verde per la salute, la qualità dell’abitare e l’adattamento climatico, richiamando principi contemporanei come la necessità di garantire e rendere accessibile la natura di prossimità. Il parco emerge così come luogo di equilibrio tra dimensione pubblica e bisogno di ritiro, tra progetto umano e processi naturali, elemento essenziale per città più sane, inclusive e resilienti.
“Casa” – Luca Molinari
“Ospedale” – Valerio Miselli
“Scuola” – Letizia Caruzzo
“Carcere” – Valeria Verdolini
“Parco” – Elena Granata
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