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Alex Caminker, Trees. ©Alex Caminker/Bridgeman Images.
Gian Pietro Comolli Romanziere, saggista e giornalista.
Agostino Giovagnoli Già Professore ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano.
Maria Anna Mariani Professore associato presso il Dipartimento di Lingue e Letterature Romanze e il College, Università di Chicago.
Roberto Peverelli Dirigente scolastico nell’ISIS “Paolo Carcano” di Como.
Francesca Rigotti Filosofa e saggista.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico legale, medico di comunità, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere; Infermiere pediatrico
Logopedista (logopedista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Fisioterapista (fisioterapista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Il tema della pace è oggi al centro del dibattito pubblico globale, in un contesto internazionale attraversato dal ritorno della guerra come strumento ordinario di gestione dei conflitti e dalla crisi dell’ordine multilaterale. Il ciclo Pace affronta il tema da diverse prospettive complementari (cristiana, comparata tra Oriente e Occidente, filosofico-politica, femminile, letteraria) offrendo una mappa ampia e multidisciplinare al fine di comprenderne le dimensioni culturali, religiose,
filosofiche, antropologiche e politiche. Il ciclo ha l’obiettivo di fornire strumenti critici per interpretare gli effetti dei conflitti su individui e comunità e per sostenere pratiche di dialogo, riconciliazione e coesione sociale.
Nella lezione Il pensiero cristiano sulla pace Agostino Giovagnoli ricostruisce l’evoluzione del concetto di pace nella tradizione cristiana, dalle radici evangeliche fino ai grandi momenti del pacifismo cattolico contemporaneo. Vengono analizzati gli snodi storici cruciali, come la posizione di Benedetto XV sulla Prima guerra mondiale, l’elaborazione dottrinale di Pacem in terris, la spinta dialogica di Giovanni Paolo II, e le posizioni di Papa Francesco e di Leone XIV di fronte ai conflitti attuali. La pace non è intesa solo come assenza di guerra, ma come struttura spirituale e sociale che unisce interiorità, ordine comunitario e responsabilità universale dell’umanità.
Gian Pietro Comolli in Pace: Oriente e Occidente indaga in una prospettiva comparata come differenti tradizioni religiose e culturali – ebraismo, cristianesimo, induismo, buddhismo – abbiano sviluppato nel corso della storia modelli di contenimento della violenza e di costruzione della pace. Attraverso antropologia, storia delle religioni e filosofia morale, emerge il paradosso per cui cooperazione e conflitto condividono una stessa radice evolutiva: i gruppi umani proteggono la propria sopravvivenza ma cercano anche vie per limitare la distruzione. Dal monachesimo cristiano ai percorsi ascetici indiani, fino alla meditazione buddhista, la lezione confronta le diverse strategie culturali che hanno tentato di trasformare la guerra in spazio di responsabilità etica.
Roberto Peverelli in Kant e la pace perpetua offre una rilettura in chiave contemporanea del pensiero di uno dei più grandi filosofi occidentali, collocandolo tra le guerre del Settecento e la crisi odierna dell’ONU. Attraverso i concetti di foedus pacificum, diritto cosmopolitico e repubblicanesimo, viene analizzato il pacifismo giuridico come dispositivo politico capace di arginare la violenza tra gli Stati. La riflessione si estende al tema dell’“insocievole socievolezza” e alla fiducia (o sfiducia) nel progresso morale dell’umanità, interrogando i limiti e le possibilità del pacifismo istituzionale nel mondo contemporaneo.
La lezione di Francesca Rigotti, La pace nel pensiero filosofico femminile, esplora il contributo di alcune pensatrici – da Rachel Bespaloff a Simone Weil – alla riflessione su pace, guerra e natura umana. Lungi dall’essere pacifiste per essenza, le filosofe mostrano sensibilità e prospettive divergenti: Bespaloff legge l’Iliade come testimonianza della necessità tragica della guerra, Weil come denuncia della forza che annienta l’umano. La lezione inserisce queste posizioni nel dibattito più ampio sulla natura umana (tra Hobbes, Rousseau, Sadun Bordoni e Pinker) e sul ruolo del conflitto nella storia, aprendo la questione se la guerra sia destino antropologico o forma storica superabile.
In La pace negli scrittori italiani del dopoguerra Maria Anna Mariani ripercorre come intellettuali e scrittori italiani del dopoguerra hanno affrontato il tema della pace. Dal dibattito sorto nella redazione Einaudi del 1963 sul Peace Speech di Kennedy emergono tensioni tra fiducia e scetticismo verso la retorica pacifista, mentre la posizione dell’Italia nella guerra fredda appare segnata da una “zona grigia” di corresponsabilità. Vengono analizzate voci come quelle Primo Levi, Franco Venturi e Carlo Cassola, sui rischi congiunti della minaccia atomica ed ecologica; mentre Italo Calvino, con le Cosmicomiche, propone uno sguardo anticonvenzionale che immagina mondi senza uomini per interrogare la fragilità dell’umano.
“Il pensiero cristiano sulla pace” – Agostino Giovagnoli
“Pace: Oriente e Occidente” – Gian Pietro Comolli
“Kant e la pace perpetua” – Roberto Peverelli
“Il pensiero della pace nelle donne filosofe” – Francesca Rigotti
“La pace negli scrittori italiani del dopoguerra” – Maria Anna Mariani
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Rudolf Bauer, Tondi e Triangoli, ©Bridgeman Images.
Giuseppe Bottero Vicedirettore del quotidiano La Stampa.
Lorenzo Curti Psicologo presso Limen Torino ETS; fondatore dello Spazio intermedium.
Roberto G. Maier Filosofo, teologo, professore di Teologia e di Etiche della Terra presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Bartolomeo Montrucchio Professore ordinario di ingegneria informatica presso il Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino.
Davide Picca Ricercatore affiliato presso MetaLAB @Harvard University e Consulente per la gestione dei dati presso l’ Università di Losanna.
Luca Maria Possati Professore assistente in Filosofia della Tecnologia presso l’University of Twente e Ricercatore senior per il programma ESDiT (Ethics of Socially Disruptive Technologies).
Stefano Tartaglia Professore associato in Psicologia sociale presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Torino.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico legale, medico di comunità, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere; Infermiere pediatrico
Logopedista (logopedista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Fisioterapista (fisioterapista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Ostetrica
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Il corso “Filosofia, Psicoanalisi, Intelligenza Artificiale: dialogo creativo possibile?” proposto da Fondazione Hapax nasce dall’omonima Giornata di Studio realizzata dall’Associazione Inconscio e Civiltà in collaborazione con la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica il 26 ottobre 2025 con l’obiettivo di indagare se e come filosofia, psicoanalisi, semiotica, linguistica e psicosocioanalisi possano contribuire a contrastare gli effetti negativi di IA con un efficace controllo preventivo.
Il travolgente, incessante, “perturbante” (nel senso freudiano del termine) sviluppo dell’IA generativa e del suo ambizioso progetto di realizzare la “torre di Babele” di tutte le lingue e del sapere dell’Umanità, accanto all’innegabile e impressionante aspetto di progresso creativo utilitaristico, comincia a mostrare risvolti pericolosi e distruttivi, aggravando la disuguaglianza tra le classi sociali e minacciando l’equilibrio psichico delle persone, soprattutto dei più giovani (psicocrazia).
Bartolomeo Mondrucchio, ingegnere informatico, professore ordinario di Scienze Informatiche del Politecnico di Torino, dopo una descrizione della tecnologia dell’IA e dei recenti sviluppi destinati a moltiplicarsi enormemente con l’avvento dei computer quantistici, prevede che il destino dell’IA dipenderà dall’uso che ne faranno i suoi “padroni”, mentre la sua affidabilità in termini di rapporto verità /menzogna, dipenderà dalla qualità dei dati con cui IA sarà “nutrita: se prevarranno le fake news e informazioni di bassa qualità, anche IA si impoverirà nelle risposte.
Davide Picca, professore di Semiotica Linguistica all’Università di Losanna, ritiene che IA non possa possedere le capacità simbolopoietiche dell’uomo ma sia un elaboratore, un assemblatore straordinariamente veloce di segni-lettere-numeri secondo regole sviluppate da linguisti e semiotici (in particolare da Umberto Eco).
Luca Maria Possati, professore di Filosofia della Tecnologia all’Università di Twente (Olanda), propone una interessante applicazione di fondamentali concetti psicoanalitici (transfert, identificazione proiettiva, proiezione, identificazione mimetica, ecc.) per comprendere alcuni fenomeni particolari generati da IA, non introdotti “consciamente” dai programmatori (si usa l’espressione “allucinazioni”), che si realizzano nella relazione uomo-macchina (relazione contenuto-contenitore nel senso di W. Bion) come naturali effetti della dialettica conscio/ inconscio. In questa prospettiva la psicoanalisi può dare un grande contributo alla comprensione del funzionamento dell’IA generativa e del suo possibile controllo.
Stefano Tartaglia, professore di Psicologia Sociale all’Università di Torino, illustra, accanto ai benefici dell’uso intelligente di Internet e di IA a scopo di studio e di informazione, i danni psicologici e sociali a cui l’uso dei dispositivi elettronici espone soprattutto bambini e adolescenti, quando si affida passivamente ad essi la delega dell’apprendimento logico e critico, fondato sullo studio e sulla crescita personale consapevole e responsabile.
Roberto Giorgio Maier, professore di Teologia e Filosofia Morale all’Università Cattolica, considera gli aspetti antropologici ed etici posti dal dilagare incontrollato dell’IA e del suo impatto sui sistemi di credenze e modificazioni delle formae mentis delle persone, con possibili danni e condizionamenti nella gestione delle emozioni e del pensiero verso un cambiamento imprevedibile e una possibile era di transumanesimo.
Lorenzo Curti, psicanalista di formazione lacaniana, porta un contributo su alcuni aspetti filosofici, come la teoria dell’iper-oggetto di Timothy Morton, che vengono intrecciati con la psicoanalisi lacaniana. Inoltre, viene illustrata una vignetta clinica di un dialogo tra un paziente e un IA che, in modo compiacente, ne sostiene e rafforza le credenze, fornendo un effetto di contenimento e razionalizzazione. Questo conduce a degli interrogativi sulle possibili relazioni con le IA per cui risulta evidente che lo sviluppo recente di psicoterapie sostenute con alias di terapeuti creati dall’IA, private dalla fondamentale reale presenza di analista e analizzante, può fornire al paziente compiacenti sostegni a ciò che essi dicono, ma non la comprensione della reale esperienza trasformativa del lavoro psicoanalitico.
Giuseppe Bottero, vicedirettore de La Stampa, illustra gli attuali aspetti di IA nei media, mettendo in risalto alcuni elementi innegabilmente utili a cui fanno da contraltare altri estremamente negativi (perdite di posti di lavoro, inosservanza dei diritti d’autore, esposizione grave a notizie non controllate da personale professionale accreditato, ecc).
“Stato attuale della tecnologia di AI e prospettive future” – Bartolomeo Montrucchio
“Not minds, but Signs: ripensare i Large Language Models in semiotica” – Davide Picca
“Possibili analogie tra dinamiche dell’inconscio psicoanalitico e impreviste risposte di IA”
“AI Companions: l’iper-oggetto e la psicosi” – Lorenzo Curti
“Il controllo di IA generativa: aspetti tecnici, etici, politici, economici” – Luca Maria Possati
“Epistemologia, etica, libero arbitrio di fronte a IA” – Roberto G. Maier
“Aspetti funzionali ed etici nell’uso mediatico di IA” – Giuseppe Bottero
“Impatto di internet e di IA in psicologia sociale” – Stefano Tartaglia
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Baghdad, April 2, 2003
Gabriella Caramore Saggista e conduttrice radiofonica, docente presso Associazione Nuova Accademia.
Andrea Giardina Docente di lettere e saggista.
Nicole Janigro Psicoterapeuta, giornalista e scrittrice.
Romano Madera Fondatore di “Philo”, Scuola superiore di pratiche filosofiche e SABOF, Società di analisi biografica a orientamento filosofico.
Ugo Morelli Professore di Scienze cognitive applicate alla vivibilità, al paesaggio e all’ambiente presso l’Università degli Studi di Napoli, Federico II.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico legale, medico di comunità, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere; Infermiere pediatrico
Logopedista (logopedista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Fisioterapista (fisioterapista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
In un’epoca segnata da numerosi conflitti attivi, da forme pervasive di violenza collettiva e da un’esposizione mediatica costante a immagini provenienti da scenari di guerra, diventa fondamentale acquisire competenze per leggere i meccanismi psicologici su cui si fondano le dinamiche di aggressività, ostilità e sopraffazione. Con un approccio interdisciplinare che intreccia psicoanalisi, psicologia sociale, etologia, filosofia, studi culturali, il ciclo Guerra e violenza intende fornire strumenti interpretativi per comprendere le radici e l’impatto psichico, sociale e culturale dei fenomeni bellici.
Nicole Janigro esplora la prospettiva di Sigmund Freud sulla distruttività umana, mostrando come guerra e violenza siano fenomeni connessi al conflitto interno fra Eros e pulsioni di morte. A partire dai testi freudiani, dal Disagio della civiltà allo scambio epistolare con Einstein (Perché la guerra?), vengono illustrati i meccanismi psichici che accompagnano stati di scissione, negazione, disumanizzazione dell’altro, con particolare attenzione al ruolo dei traumi collettivi, alle nevrosi di guerra e alla dialettica fra Io pacifico e Io bellicoso.
La lezione di Ugo Morelli approfondisce la differenza tra aggressività, intesa come movimento naturale di avvicinamento all’altro, e distruttività, intesa come esito patologico dell’incapacità di riconoscere le differenze. Partendo dalle ipotesi di Franco Fornari e di Erich Fromm (guerra come elaborazione paranoide del lutto e distruttività come modalità di fuga dall’angoscia di morte), la lezione approfondisce la necessità di una cultura del conflitto come alternativa concreta alla violenza, chiarendo come cooperazione e conflitto sono dinamiche complementari e fisiologiche, mentre il tentativo di rimozione del conflitto alimenta negazione, stereotipi, sopraffazione.
La lezione di Romano Madera su Carl Jung introduce il contributo di quest’ultimo sul tema della violenza, incentrato sul concetto di Ombra: ciò che l’Io rifiuta e proietta all’esterno trasformando l’altro in capro espiatorio. Attraverso il mito di Sigfrido, la lotta con l’Ombra e l’idea di una “guerra civile interiore”, Madera mostra come la pace esterna sia impossibile senza l’integrazione del conflitto intrapsichico. Il percorso evidenzia come la violenza collettiva sia alimentata dalla rimozione del negativo, dalla fusione tra archetipi e realtà sociali, e da processi di proiezione che trasformano lo straniero, esterno o interno, in nemico.
Andrea Giardina analizza l’opera di Konrad Lorenz, padre dell’etologia moderna, mettendo in luce la sua teoria dell’aggressività innata e i suoi sviluppi nell’interpretazione della violenza umana. La lezione affronta la distinzione tra aggressività interspecifica e intraspecifica, il ruolo evolutivo dei riti inibitori, la crisi contemporanea dei meccanismi naturali di contenimento e lo scompenso fra ritmo culturale e ritmo biologico che caratterizza il mondo moderno. Ampio spazio è dedicato alle riflessioni di Lorenz sull’ambientalismo, sulla degenerazione della cultura, sulle manipolazioni sociali e sul pensiero tecnico che amplifica potenzialmente la distruttività.
Gabriella Caramore propone una lettura filosofica della guerra attraverso lo sguardo radicale di Simone Weil, autrice che ha assistito direttamente alle lacerazioni del Novecento. Caramore approfondisce tre punti chiave di Weil: lo sguardo sulla storia dalla prospettiva della sconfitta; la responsabilità umana nell’uso degli strumenti di distruzione; la necessità di un pensiero in divenire, non dogmatico, capace di orientare verso forme nuove di speranza. Una prospettiva che invita a coltivare uno sguardo ampio, capace di tenere insieme vulnerabilità, etica della responsabilità e consapevolezza dei limiti umani, elementi indispensabili in tempi di crisi e conflitto.
“Sigmund Freud” – Nicole Janigro
“Erich Fromm” – Ugo Morelli
“Carl Gustav Jung” – Romano Madera
“Konrad Lorenz” – Andrea Giardina
“L’assurda catastrofe. Simone Weil e la guerra” – Gabriella Caramore
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Mario Sughi, Sunday morning at the park. ©Mario Sughi/Bridgeman Images.
Raffaella Lops Agente letteraria.
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Terapista occupazionale
È obbligatorio avere letto, prima di ciascun incontro, il libro oggetto di discussione.
Per ottenere i crediti ECM è obbligatorio partecipare a tutti gli incontri.
Il corso è strutturato come un gruppo di lettura e prevede due incontri, distribuiti su altrettanti mesi, durante i quali, sotto la guida di Raffaella Lops, saranno approfonditi i seguenti due libri: “La chiamata. Storia di una donna argentina” di Leila Guerriero che racconta la storia di Silvia Labajru e “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi, diario di bordo di una mente smarrita.
“La chiamata. Storia di una donna argentina” di Leila Guerriero racconta, con approccio giornalistico ma pieno di originalità, la vita di Silvia Labayru, rinchiusa nel carcere dell’Esma durante la dittatura militare di Videla, in Argentina, e lì rapita e torturata. È un libro che narra la prigionia ma anche l’essere sopravvissuta, e la solitudine che si può riscontrare fuori, quando pensi che sia tutto finito. L’autrice riesce a costruire un affresco potente di quegli anni bui dell’Argentina, dai quali nessuno sembra uscire davvero indenne. Durante la discussione si cercherà di evidenziare la polifonia del romanzo, il metodo con cui si arriva ad avere un insieme di tutti i personaggi.
“Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi è un diario di bordo, un memoir lucido e implacabile sulla malattia mentale, è un’autobiografia dettagliata, analitica, nella quale l’autore non risparmia nulla, a se stesso e a noi, al sistema che dovrebbe riconoscerlo e curarlo. Lo sbilico è la ricerca di una lingua abbastanza precisa da diventare appiglio, salvezza, il tentativo in extremis di dominare la propria mente. Nel libro si percepiscono un processo di sedimentazione lungo e un talento fuori norma. Le cellule del corpo impazziscono, gli effetti dei farmaci sono dappertutto, ci sono i tremori, gli spasmi – solo la parola è sotto controllo. E non si concede con nessuna retorica all’idea della guarigione.
Obiettivo del corso è approfondire il legame tra la lettura e la narrazione di sé: parlare di un libro, parlarne davvero, e farlo con altri, equivale a dire qualcosa di profondo su se stessi, sulle proprie relazioni, sul rapporto con i ricordi e con il presente. La lettura dei testi e le attività proposte durante gli incontri agevoleranno l’emergere di riflessioni personali nei partecipanti e permetteranno di costruire un’esplorazione comune nel corso del dibattito in classe.
29 ottobre, 18.00-19.30
Come i romanzi parlano di noi: La chiamata. Storia di una donna Argentina di Leila Guerriero;
26 novembre, 18.00-19.30
Come i romanzi parlano di noi: Lo sbilico di Alcide Pierantozzi
Sono disponibili 35 posti che saranno assegnati ai primi 35, tra gli iscritti, che si presenteranno all’incontro del 29 ottobre e che, come da pre-requisito richiesto, avranno letto il libro oggetto di discussione.
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Franziska Neubert, Sitter. © Bridgeman Images.
Judith Lewis Herman. Psichiatra, ricercatrice, insegnante e autrice statunitense.
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Judith Lewis Herman, che da oltre trent’anni si occupa del disturbo da stress post-traumatico, lo ha visto di recente riconosciuto dall’ICD-11, non ancora dal DSM5. La condizione di dominio e di subordinazione alla quale la vittima non può sfuggire, spiega la psichiatra, si perpetra in dimensioni individuali così come in contesti sociali: la famiglia, con i casi di abusi infantili e violenza domestica; le guerre che coinvolgono sempre più Stati; il traffico di esseri umani ormai business interazionale; in ambito politico con torture e campi di detenzione, laddove i potenti o distolgono lo sguardo o sono addirittura complici. Un rapporto di Amnesty International ha rivela i metodi inflitti alle vittime. Metodi che vengono letteralmente insegnati e, quando appresi autonomamente dai carnefici, originano, secondo Lewis Herman, dalla pornografia.
Isolata dal contesto sociale, sottoposta a controllo coercitivo e imposizione di regole, la vittima vive in uno stato di perenne terrore e vergogna, degradata e costretta a violare il proprio codice morale. Coloro che hanno subito sin dall’infanzia esperienze avverse svilupperanno autolesionismo, tendenza alla suicidarietà, abuso di sostanze, bulimia sessuale, con grave impatto sulla personalità, modificata nei bambini, degradata negli adulti. La sensazione di essere sporchi e disgustosi si accompagna nei survivors, soprattutto se vittime di stupro e incesto, al senso inaffrontabile di essere guardati, all’isolamento e al ritiro, alla ricerca disperata di un salvatore, senza che si impari a tutelarsi e proteggersi, ritenendosene non in diritto. Secondo le statistiche, l’81% di chi ha subito abusi nell’infanzia svilupperà disturbi borderline.
L’alleanza terapeutica si basa sui principi di fiducia e supporto, ma alla fine sarà il survivor responsabile della propria recovery. Il terapeuta propone al paziente, che non le conosce o le ha dimenticate, una relazione basata su regole. Studi di follow-up dimostrano come esistano fattori predittivi di una buona recovery: azioni intraprese contro la sottomissione, chiedere aiuto, non isolarsi. Quella del survivor si configura insomma come una vera e propria missione. Da parte sua il terapeuta dovrà risolvere questioni pratiche, a partire dalla sicurezza dell’ambiente in cui il paziente vive e alla sua indipendenza economica.
Altre strategie come la cura del corpo e della salute, la meditazione, l’esercizio fisico, tenere un diario, darsi una lista di obiettivi da spuntare, si sono rivelate efficaci. Assai utili i gruppi sociali di appoggio, dove si creano legami fortissimi e l’empatia per il trauma altrui è spesso maggiore che per sé, agenti potenti nella transizione verso la terapia individuale. La perdita successiva alla violenza andrà elaborata come un lutto, interrogandosi sul significato che si trarrà dall’esperienza traumatica. Domande che sconcertano perché la vittima non potrà che porsi la questione del male. Il terapeuta non avrà risposte ma potrà aiutare il survivor a trovare le proprie.
Lezione di Judith Lewis Herman.
La lezione è stata tenuta durante il XV congresso nazionale SPR-IAG (Society for Psychotherapy Research, Italy), “Psicoterapia in un mondo che cambia”, tenutosi nel novembre 2024 a Napoli sotto la direzione scientifica di Vittorio Lingiardi.
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Sally Pring, Pam. ©Bridgeman Images
Annelou de Vries. Responsabile del Dipartimento di Psichiatria Infantile del Centro di Expertise sulla Disforia di Genere dell’Amsterdam UMC.
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La keynote di Annelou de Vries, psichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza presso l’Amsterdam UMC/Levvel – Amsterdam Academic Center of Child and Adolescent Psychiatry, è stata registrata durante il XV congresso nazionale SPR-IAG (Society for Psychotherapy Research, Italy), Psicoterapia in un mondo che cambia, tenutosi nel novembre 2024 a Napoli sotto la direzione scientifica di Vittorio Lingiardi.
La psichiatra olandese, il cui principale interesse clinico e di ricerca riguarda gli adolescenti transgender, illustra il cosiddetto “approccio olandese”, ripercorrendone la storia pionieristica. Risale alla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso l’istituzione di una clinica di genere a Utrecht per adolescenti e bambini. Allora, ricorda da De Vries, non ci rendeva ancora conto che anche i bambini potessero sperimentare disforia di genere o identità transgender e si offrivano solo interventi psicoterapeutici o di sostegno psicologico. Senza utilità, come già da un ventennio trattando gli adulti. Si iniziò allora a inviare i giovani pazienti ad Amsterdam, presso un endocrinologo che, dopo gli adulti, aveva iniziato a trattare con terapie ormonali anche adolescenti sotto i 18 anni. All’inizio degli anni 2000 le due cliniche si fusero e prese avvio il “protocollo olandese”. Tre le fasi del trattamento: l’utilizzo di bloccanti della pubertà, dai 10-13 anni, del tutto reversibile, per creare un periodo di sospensione che permetta all’adolescente di decidere; la somministrazione di una terapia ormonale, parzialmente reversibile, a partire dai 16 anni; l’intervento chirurgico, del tutto irreversibile, solo con la maggiore età. Una “standard care” proposta a “individui assegnati maschio o femmina alla nascita” – come li definisce la psichiatra olandese. Studi citati dimostrano il benessere psicologico degli adolescenti in trattamento, nonché la loro capacità di comprendere e di decidere del percorso di transizione proposto. Un aspetto comunque, quello psicologico, al quale prestare molta attenzione, data anche la copresenza di autismo o disturbi dello spettro autistico in questi soggetti. Più difficile interessare l’adolescente in transizione agli effetti sulla salute riproduttiva e sulla definitiva infertilità che lo attendono. Le statistiche recenti dimostrano un esponenziale incremento delle richieste di transizione di genere, che De Vries spiega con il clima di maggior accettazione nella società e con il coraggio di uscire allo scoperto, pur permanendo la transfobia. Tanto più, nota la psichiatra, nella svolta a destra e populista delle democrazie occidentali, citando gli Stati Uniti e pure l’Italia. Ma, nonostante le controversie e le critiche in atto, la posizione di Annelou de Vries è che il rifiuto del percorso medico non sia la soluzione, nella prospettiva di garantire a chiunque, anche ai più giovani, il diritto di scegliere la propria identità di genere.
Lezione di Annelou de Vries.
La lezione è stata tenuta durante il XV congresso nazionale SPR-IAG (Society for Psychotherapy Research, Italy), “Psicoterapia in un mondo che cambia”, tenutosi nel novembre 2024 a Napoli sotto la direzione scientifica di Vittorio Lingiardi.
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Copertina libro
Laura Pigozzi Psicoanalista, psicologa, filosofa, saggista e insegnante di canto.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurofisiopatologo, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta);
Psicologo (psicologo, psicoterapeuta);
Assistente sanitario;
Logopedista;
Educatore professionale;
Infermiere, Infermiere pediatrico;
Fisioterapista;
Ostetrica;
Tecnico della riabilitazione psichiatrica;
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Terapista occupazionale.
Cosa resta di una donna quando la maternità occupa tutto lo spazio, intimo e sociale? Perché, oggi come ieri, la figura rassicurante della madre continua a essere preferita a quella, più complessa e scomoda, di una donna come soggetto desiderante? È possibile essere madri senza smettere di essere donne? E quale riconoscimento ha oggi, nel nostro immaginario collettivo, una donna senza figli?
“Una madre non può essere tutto per una figlia o un figlio senza perdere qualcosa di sé e senza toglierlo a loro” scrive l’autrice.
Eppure, oggi più che mai, le madri sono immerse in una narrazione idealizzante che le esalta proprio in quanto sacrificali. Ma il rischio di una società che idolatra la madre e rimuove la donna ha un impatto penalizzante per la realizzazione di tutte, tanto nel collettivo che nel privato, e ancora troppe donne che non hanno avuto figli si dicono fallite.
Attraverso casi clinici, riferimenti psicoanalitici, letterari e cinematografi ci, e la storia di figure esemplari come Maria Callas e Camille Claudel, l’autrice riflette sulla complessità e le oscillazioni dell’essere donna per provare ad articolare la maternità in modo nuovo: una “maternità femminista”, che non annulli il femminile ma lo integri, un’esperienza trasformativa capace di arricchire la vita di una donna senza soffocarne la creatività e la passione. “La maternità non è alienazione se resta attraversata da un desiderio di donna. E allora una madre sa guardare i figli andare, perché lei stessa è ancora in viaggio.”
Acquistando il corso Non solo madri è possibile accedere anche a Riscoprire la donna oltre la maternità, una lezione di Laura Pigozzi.
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CORSO 2
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Lee Heinen, Going Places. ©Bridgeman Images.
Matteo Lancini. Presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
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Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Viviamo in un mondo sempre più frammentato dove è molto frequente sentirsi isolati, soprattutto per i più giovani. Per questo gli adolescenti odierni ricercano gli adulti in modo più autentico rispetto al passato. Questo atteggiamento richiederebbe una postura più responsabile da parte di tutti noi, che siamo, invece, impegnati a sostenere che le nuove generazioni abbiano avuto troppo e siano state troppo amate. A quel punto meglio Internet, dove i giovani si rifugiano per lenire il dolore provocato dalla perdita della speranza, dal sentirsi soli in mezzo agli altri, senza condivisione e convivenza. Una nuova posizione adulta è invece oggi possibile. La capacità di identificarsi con i bisogni evolutivi generazionali e l’offerta di relazioni autentiche consentono alle ragazze e ai ragazzi di crescere e credere nella realizzazione di sé nel mondo attuale e futuro. È suonata la campanella, inizia l’ora di relazione. Lo psicologo Matteo Lancini ci parla di relazione e della responsabilità che gli adulti hanno verso le future generazioni.
Lezione di Matteo Lancini.
In collaborazione con Dialoghi di Pistoia
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Cathy Lomax, Mirror. ©Bridgeman images.
Paolo Migone Psichiatra e psicoanalista, condirettore della rivista “Psicoterapia e scienze umane”.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere, Infermiere Pediatrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Dati l’alta affluenza e i positivi riscontri da parte degli iscritti, Synapsis riaccredita un pacchetto di quattro lezioni dello psichiatra e psicoanalista Paolo Migone.
Il disturbo borderline
Paolo Migone affronta un tema importante e dibattuto, che da decenni interessa gli psicoterapeuti: ripercorre gli aspetti descrittivi, storici, psicodinamici e terapeutici del disturbo borderline, in un excursus che arriva fino alle ricerche più recenti.
La lezione prende le mosse dalla nascita della parola “borderline”, originariamente aggettivo, diventata nel tempo sostantivo secondo alcune classificazioni diagnostiche. Se alla metà del Novecento il disturbo, associato alla schizofrenia (e per questo si parlava di borderline schizophrenia, in cui borderline era un aggettivo che significava “al bordo della schizofrenia”), collocava questi pazienti gravi in una terra di mezzo tra nevrosi e psicosi ma vicini alla psicosi, la valutazione cambiò radicalmente con Robert Spitzer. Lo psichiatra americano, a capo della task force incaricata di redigere il DSM-III del 1980, elencò una serie di criteri diagnostici dai quali emergeva un nuovo significato del termine “borderline”. Il paziente che verrà inizialmente definito come caratterizzato da una unstable personality (personalità instabile) sarà descritto non più come vicino alla schizofrenia bensì come impulsivo, arrabbiato, a volte molto depresso. Quindi con la nuova diagnosi potremmo dire che il paziente borderline non si colloca più vicino alla schizofrenia ma all’altra delle due psicosi maggiori, la psicosi maniaco-depressiva, oggi chiamata “disturbo bipolare”. Questa tendenza a dare priorità ai disturbi dell’umore peraltro caratterizzerà tutta l’impostazione del DSM-III.
La storia del disturbo borderline nel susseguirsi dei vari DSM è ripercorsa da Migone soffermandosi in particolare sul DSM-5, la cui sezione sui disturbi di personalità venne totalmente rinnovata su basi dimensionali e non più categoriali, ma che la stessa American Psychiatric Association decise all’ultimo momento di abbandonare giudicandola troppo complessa per il clinico e di collocarla nella Sezione III del manuale
Migone elenca i nove criteri diagnostici del disturbo borderline del DSM-IV (e quindi del DSM-5), sottolineandone gli aspetti problematici per quanto riguarda la validità di costrutto, tanto è vero che fu presa in considerazione anche la possibilità di eliminarlo dal manuale.
Nella parte storica, vengono passate brevemente in rassegna le numerose definizioni del disturbo borderline date già a partire dai primi decenni del Novecento, per mostrare quanti ricercatori, anche e soprattutto di area psicoanalitica, hanno lavorato attorno a questo quadro clinico.
Per approfondire i temi trattati nel webinar, si suggerisce di leggere il capitolo 8 del volume di Paolo Migone, Terapia psicoanalitica. Seminari (FrancoAngeli, 1995, 2010).
La diagnosi secondo i DSM
Dei cinque DSM (cioè le varie edizioni del manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association) il corso accenna inizialmente al primo e al secondo rispettivamente del 1952 e del 1968 – privi di criteri diagnostici, quindi di scarsa importanza – focalizzandosi sulla rivoluzione del terzo, il DSM-III del 1980, che si è imposto superando come importanza l’ICD (ovvero l’International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Il DSM-5 ha seguito le caratteristiche del DSM-III, introdotto in anteprima per l’Italia proprio da Paolo Migone sulle pagine della rivista “Psicoterapia e Scienze Umane” (dove ha presentato anche i successivi DSM e i PDM, cioè le edizioni del Manuale Diagnostico Psicodinamico). Il DSM-III è stato il primo ad adottare un criterio non teorico ma descrittivo, che consiste nel descrivere i sintomi come li vede il clinico: così facendo si cercava di superare lo scoglio delle diverse teorie che impediva ai clinici di trovare un accordo, e anche di salvare la psichiatria dalla crisi dell’attendibilità delle diagnosi. Infatti risultava, ad esempio, che vi fossero molte più diagnosi di schizofrenia negli Stati Uniti che in Europa: è stato possibile dimostrare che non si trattasse di un dato epidemiologico ma dovuto a diversi criteri per fare diagnosi.
Migone mette poi in luce alcune dicotomie dei DSM (politetico/monotetico, validità/attendibilità, e categorie/dimensioni), e discute il sistema multiassiale, purtroppo eliminato dal DSM-5. Vi era l’aspettativa che il DSM-5 riuscisse a superare la crisi dei DSM, però si può dire che il tentativo di raggiungere non solo l’attendibilità ma anche la validità sia fallito, e la comorbilità si è rivelata il tallone di Achille dei DSM. Per risolvere questa crisi il DSM-5 ha introdotto alcuni aspetti dimensionali e ha richiesto che in certe diagnosi alcuni criteri diagnostici fossero sempre presenti.
È stato poi formulato un nuovo modello dimensionale per i disturbi di personalità, alla fine escluso perché troppo complesso e perché si temeva potesse incidere sulle vendite, pertanto non si poté fare altro che reintrodurre tutte le diagnosi di personalità del DSM-IV, con i relativi problemi di validità.
Altre novità del DSM-5 sono l’introduzione del concetto dimensionale di “spettro” per vari disturbi e l’abbassamento delle soglie diagnostiche, che implica un aumento di diagnosi con un conseguente maggiore uso di farmaci, a vantaggio delle case farmaceutiche. Si è anche formato un movimento internazionale di boicottaggio del DSM-5, al quale hanno partecipato anche i capi delle task force dei due precedenti DSM.
Per un trattamento più approfondito sui DSM si può consultare il cap. 12 del libro di Paolo Migone, Terapia psicoanalitica. Seminari (FrancoAngeli, 1995, 2010), e il suo articolo “Presentazione del DSM-5” nel n. 4/2013 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane.
La molteplicità dei modelli in psicoterapia
In psicoterapia esistono molti approcci, a volte addirittura opposti, per affrontare un medesimo disturbo. Come superare tale impasse? Una soluzione potrebbe essere applicare il metodo sperimentale per verificare l’efficacia delle diverse tecniche, ma è difficile attuare in psicoterapia gli “studi randomizzati controllati” (randomized controlled trials [RCT]) così come si fa con i farmaci (“doppio cieco”, uso del placebo, etc.)
Ma perché esistono tante scuole psicoterapeutiche? Migone sottolinea come occorra una prospettiva storica. Ad esempio, alcune scuole sono sorte come reazione ad altre, oppure per specifiche diagnosi o fasce di età. Inoltre certe scuole sopravvivono per semplice ignoranza degli altri approcci, o per tradizione storica, di fedeltà ai “padri fondatori”, quindi per motivi affettivi, o per quella che Migone chiama “insicurezza di identità”. Vi sono poi scuole che usano terminologie diverse ma dietro alle quali vi sono gli stessi concetti, e vi è una resistenza a prenderne atto.
Esiste un movimento per l’integrazione in psicoterapia, la Society for the Exploration of Psychotherapy Integration (SEPI), di cui esiste anche un gruppo italiano che Migone anni fa ha contribuito a fondare, che lavora in questo senso. La SEPI non mira all’eclettismo (che è clinico), ma all’integrazione teorica dei diversi modelli.
È importante conoscere modelli diversi, perché il paziente potrebbe sentirsi compreso meglio da un approccio piuttosto che da un altro. Non solo: idealmente lo psicoterapeuta avrebbe dovuto fare esperienza personale di certe sofferenze psicologiche perché è in questo modo che riesce a comprendere il paziente, e quest’ultimo a sentirsi compreso.
Lo psicoterapeuta quindi dovrebbe essere una persona che non si richiude nella “parrocchia” della propria scuola, altrimenti tenderà a vedere in tutti i suoi pazienti il modello che ha imparato.
La proposta che fa Migone è ritenere legittimi i diversi modelli psicoterapeutici in quanto guardano il paziente da una loro prospettiva, in una ricerca infinita. Non c’è un solo modo per conoscere “la verità”, che è inconoscibile. Occorre lasciar aperto il campo della ricerca in psicoterapia, affinché continuino a sussistere modi diversi di conoscere il paziente, altrimenti si arresterebbe il processo di conoscenza.
Per un trattamento più approfondito si può consultare l’articolo di Paolo Migone, “Come gestire la pluralità dei modelli in psicoterapia”, pubblicato nel n. 3/2023 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane.
Inconscio psicoanalitico e cognitivo
L’inconscio psicoanalitico e l’inconscio cognitivo non sono due “fedi” rivali, ma due tipi di processi inconsci studiati maggiormente da autori della tradizione psicoanalitica il primo e di quella cognitiva il secondo. E si è capito che non esiste un inconscio, ma molti inconsci, e sia gli psicoanalisti che i cognitivisti ne sono ben consapevoli.
L’inconscio psicoanalitico è “dinamico”, nel senso che certi contenuti mentali possono passare dallo stato conscio a quello inconscio e viceversa. Un trauma ad esempio può essere dimenticato perché doloroso, ma in certe condizioni favorevoli tornare alla memoria. La psicoanalisi postula che il prezzo pagato per questa rimozione può essere un sintomo (ad esempio una depressione), che può scomparire se si riesce a ricordare ed elaborare quel trauma che era stato rimosso.
Un’altra caratteristica dell’inconscio psicoanalitico è quella di essere, come una volta lo definì Freud, un “calderone ribollente” di impulsi e desideri. Questo aspetto lo rende molto diverso dall’inconscio cognitivo, dove si parla invece di “cognizioni”, di problem solving, e di “processi” più che di “contenuti”. Il terapeuta cognitivo concepisce l’inconscio come rappresentazioni mentali implicite o tacite, cioè non consapevoli, le quali, se disfunzionali, vanno modificate, cercando di renderle consapevoli.
Si suol dire che il cognitivismo sia l’erede del comportamentismo, nel senso che si è passati dal semplice modello stimolo-risposta (S-R) alla concezione di una “mediazione cognitiva” che si infrappone tra S e R, cioè a un modello più complesso. In realtà i due padri storici della terapia cognitiva, Aaron Beck e Albert Ellis, provenivano dalla psicoanalisi, e volevano proporre un trattamento più semplice e più breve di quello psicoanalitico.
Per inconscio cognitivo si intende quella parte del funzionamento mentale che è inconscia non perché è stata rimossa, ma perché non è mai stata conosciuta, e quindi non potrà mai essere ricordata, né è utile che lo sia. Si può anche dire che l’inconscio cognitivo sia quella parte di noi “che non si può mai ricordare né dimenticare”, ed è una parte importantissima per la vita quotidiana perché regola i movimenti automatici (andare in bicicletta, camminare, ecc.). Ma riguarda anche i rapporti interpersonali e gli stili di attaccamento.
Per un trattamento più approfondito si può consultare il capitolo 5, dal titolo “Le ricerche sperimentali sull’inconscio psicoanalitico”, del libro a cura di Paolo Migone La terapia psicodinamica è efficace? Il dibattito e le evidenze empiriche (FrancoAngeli, 2021).
Quattro lezioni di Paolo Migone:
“Il disturbo borderline”
“La diagnosi secondo i DSM”
“La molteplicità dei modelli in psicoterapia”
“Inconscio psicoanalitico e cognitivo”
Scrivi Fondazione Hapax ETS – Codice fiscale 97868180015 nella tua dichiarazione dei redditi.
Charlotte Orr, Therapy illustration. ©Bridgeman Images.
Miguel Benasayag Filosofo e psicoanalista, fondatore del collectif Malgré tout.
Maurizio Bettini Classicista e scrittore, Direttore del Centro “Antropologia e Mondo antico” dell’Università di Siena.
Maria Silvana Patti Psicologa, psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica, terapeuta EMDR.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neurofisiopatologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere
Infermiere pediatrico
Logopedista
Fisioterapista
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Si propongono tre lezioni sul tema della guerra, quanto mai attuali visto che non solo il conflitto nel cuore dell’Europa è ancora in corso, ma un altro, altrettanto cruento, è nel frattempo scoppiato in Medio Oriente. Una realtà che impone di fare i conti con la tenuta psicologica e gli esiti psicopatologici di chiunque ne sia, o se ne senta, coinvolto, così come su interventi e trattamenti terapeutici necessariamente da ripensare.
Etica del conflitto e lotte fratricide
Non entra nell’attualità dei conflitti in corso la lezione di Maurizio Bettini, ma risalendo alle radici semantiche della terminologia di guerra, ne analizza gli aspetti umani, sociali, antropologici.
Se “guerra” è parola di origine germanica (“Wirre”) che ne evoca la turbolenza e si impone nel Medioevo, risalire ai lemmi romani significa riscoprire un’etica del conflitto ormai dimenticata.
Non era con il termine latino “inimicus”, riferito piuttosto a un nemico personale, che i romani identificavano il nemico della res publica, bensì con la parola “hostis”, ovvero un pari, con il quale era lecito fare la guerra. Sono le storie a ricordarcelo. Bettini ne racconta di emblematiche, tratte dall’epica greca, dalla mitologia romana, anche dalla memorialistica familiare.
L’Iliade, prima opera letteraria della tradizione occidentale, attribuita ad Omero, oltre i versi commoventi e gli episodi mitici è soprattutto una successione di scontri, crudelissimi, tra sangue grondante, ossa spezzate, midolli che biancheggiano. Il maggior valore per l’uomo greco, che preferiva la bella morte in battaglia a una vita lunga e meschina. L’episodio dell’incontro tra Diomede e Glauco ne rivela lo spirito, ovvero nobilitare se stessi attraverso il riconoscimento del nemico.
Tanto che, per i romani, non tutti i popoli erano degni di essere combattuti: neppure lo meritavano i perduelles, ovvero i predoni, i briganti. Solo il bellum iustum era dichiarato con rigoroso rituale.
Quanto appare mitologica l’antichità! Neppure una dichiarazione di guerra è stata consegnata dalla Russia all’Ucraina.È ancora una storia antica ad aiutarci a comprendere la contemporaneità: la guerra fratricida tra romani e albani. Uno scontro empio, vietato dagli dei dacché tra consanguinei, che richiedeva sacrifici preliminari. L’esito tragico, determinato dalla nota vicenda degli Orazi e dei Curiazi, contaminò l’antica Roma di sangue fraterno. Una nebbia di impurità che ora ammorba anche l’Europa, scossa da una guerra tra popoli da sempre fratelli.
Traumi di guerra ed esiti psicopatologici
La lezione di Maria Silvana Patti analizza negli aspetti pratici l’individuazione del trauma, gli esiti psicopatologici e l’intervento terapeutico cui sottoporre chi ne è vittima. Tra i numerosissimi conflitti in corso, ad aver risvegliato le coscienze dell’Occidente è la vicina guerra in Ucraina, che affliggerà di effetti psicopatologici dovuti all’esposizione prolungata non solo le vittime dirette, ma tutti coloro che, a varia intensità, la subiscono: la popolazione civile, i soccorritori, gli operatori di ong, i cronisti, fino a noi tutti che nell’infodemia attuale siamo passibili di un trauma vicario.
A premessa storica Maria Silvana Patti ripercorre gli studi legati ai traumi di guerra, fatalmente condizionati dall’evolversi delle tecniche militari fino alla comparsa delle armi di distruzione di massa. Già Senofonte nell’Anabasi riferiva di comportamenti depressivi nelle truppe. Ma i primi studi scientifici sulle reazioni traumatiche dei combattenti datano fine Ottocento, con il concetto di “trauma psichico” formulato dal neuropatologo tedesco Hermann Oppenheim. Inascoltato fino alle prove di nevrosi traumatiche notate nella prima guerra mondiale, quando i sintomi dei soldati venivano piuttosto ricondotti all’isteria e visti con sospetto per il disvelarsi di fragilità personali inconcepibili nella retorica di guerra. Sono invece valide ancor oggi alcune linee di trattamento emerse dal secondo conflitto mondiale, che vide il coinvolgimento massiccio della popolazione con esiti devastanti sui civili. Fino alla guerra del Vietnam, crudamente coperta dai media oltre la censura imposta. Noto è il fenomeno dei reduci gravemente traumatizzati che si affidarono ad “autocure” con uso di sostanze o alcool, ma anche a gruppi di “autoaiuto” poi confluiti in reti terapeutiche organizzate. Finalmente nel 1980 il DSM III riconobbe come categoria diagnostica il “disturbo da stress post traumatico”.
Nella contingenza dei conflitti attuali, la docente espone le fondamentali linee guida per interventi d’emergenza, analizzando sintomi ed esiti psicopatologici dei traumi di guerra. Con una particolare attenzione al trattamento dei bambini, considerando che i genitori stessi, pure vittime, ammettono difficoltà nell’assicurare sicurezza e protezione ai propri figli. Un problema attuale e futuro, perché quale società potrebbe reggersi su individui incapaci di investire nel proprio progetto di vita e qualora la trasmissione del trauma diventasse transgenerazionale?
Riflessioni sulla psicologia e sui traumi di guerra
Sono affidate a Miguel Benasayag, psichiatra e filosofo con un passato nella resistenza durante la dittatura argentina, le riflessioni sulla psicologia e sui traumi di guerra che i conflitti in corso riportano all’attualità. Condiziona tuttora l’attività clinica di Benasayag la sua esperienza di vita, raccontata nella lezione con toccante drammaticità. Imprigionato per quattro anni nelle carceri argentine per prigionieri politici, il giovane studente di medicina era incaricato segretamente dall’organizzazione in cui militava di prendersi cura dei compagni la cui integrità psichica era andata in frantumi dopo le indicibili torture subite dai carcerieri. Un annientamento spesso ancor più irreversibile dei danni fisici patiti, che pure il futuro medico, anch’egli torturato, cercava di lenire. Ponendosi già allora il problema di come curare qualcuno che dalla violenza è stato totalmente destrutturato, cercando quel punto che ancora tiene dal quale provare, lentamente, a ricostruire. Lo stesso interrogativo già posto in Francia dai sopravvissuti agli attentati terroristici e d’ora in poi in tutta Europa dall’arrivo dei profughi fuggiti dalla guerra.
Ma cosa significa oggi per uno psichiatra, uno psicologo, uno psicoterapeuta occidentale avere di fronte un paziente con traumi di guerra? Benasayag, riprendendo un tema a lui caro, fissa il contesto attuale in cui ridefinire la patologia: un Occidente in profonda crisi in cui la certezza di un mondo governato dalla ragione è ormai venuta meno. Dopo secoli di cartesiano antropocene (ovvero la centralità dell’uomo soggetto nell’universo oggetto) che già aveva iniziato a incrinarsi all’alba del Novecento, dovrà cambiare il nostro modo di abitare il mondo. Così come un clinico dovrà ripensare la relazione col proprio paziente: individuo cui la società contemporanea chiede di funzionare, quasi fosse una macchina, ma che invece più di tutti avverte come la promessa del futuro si sia ormai trasformata in minaccia. Sono in verità sempre di più – osserva Benasayag – a pensare che le pandemie, la catastrofe ecologica, e ora anche le guerre, siano quel futuro minaccioso già arrivato. Di questa realtà depressiva, che attanaglia anche i giovani fino ai bambini, il clinico deve prendere atto: non potrà più rassicurare i suoi pazienti, essendovi egli stesso immerso. Del Benasayag clinico è cambiata la prospettiva rispetto a quarant’anni fa, quando permaneva la speranza in un domani di libertà e democrazia fuori dalle mura di quel carcere. Il compito del clinico oggi, che Benasayag teorizza nella sua “terapia situazionale”, sarà dunque accompagnare il paziente nell’abitare un mondo in cui la minaccia è reale, assumendo il presente oscuro senza promettere, ammettendo anche di non sapere. Si tratta di costruire un’etica immanente, che trovi un modo di esistere qui e ora se non esiste più un fuori e un domani, perché, citando Beckett, è questo ormai il nostro tutto.
Etica del conflitto e lotte fratricide – Maurizio Bettini
Traumi di guerra ed esiti psicopatologici – Maria Silvana Patti
Riflessioni sulla psicologia e sui traumi di guerra – Miguel Benasayag