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Lee Heinen, Going Places. ©Bridgeman Images.
Matteo Lancini. Presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente presso il dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta, medico legale)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere, Infermiere Pediatrico
Ostetrica
Fisioterapista
Logopedista
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Viviamo in un mondo sempre più frammentato dove è molto frequente sentirsi isolati, soprattutto per i più giovani. Per questo gli adolescenti odierni ricercano gli adulti in modo più autentico rispetto al passato. Questo atteggiamento richiederebbe una postura più responsabile da parte di tutti noi, che siamo, invece, impegnati a sostenere che le nuove generazioni abbiano avuto troppo e siano state troppo amate. A quel punto meglio Internet, dove i giovani si rifugiano per lenire il dolore provocato dalla perdita della speranza, dal sentirsi soli in mezzo agli altri, senza condivisione e convivenza. Una nuova posizione adulta è invece oggi possibile. La capacità di identificarsi con i bisogni evolutivi generazionali e l’offerta di relazioni autentiche consentono alle ragazze e ai ragazzi di crescere e credere nella realizzazione di sé nel mondo attuale e futuro. È suonata la campanella, inizia l’ora di relazione. Lo psicologo Matteo Lancini ci parla di relazione e della responsabilità che gli adulti hanno verso le future generazioni.
Lezione di Matteo Lancini.
In collaborazione con Dialoghi di Pistoia
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Cathy Lomax, Mirror. ©Bridgeman images.
Paolo Migone Psichiatra e psicoanalista, condirettore della rivista “Psicoterapia e scienze umane”.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere, Infermiere Pediatrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Dati l’alta affluenza e i positivi riscontri da parte degli iscritti, Synapsis riaccredita un pacchetto di quattro lezioni dello psichiatra e psicoanalista Paolo Migone.
Il disturbo borderline
Paolo Migone affronta un tema importante e dibattuto, che da decenni interessa gli psicoterapeuti: ripercorre gli aspetti descrittivi, storici, psicodinamici e terapeutici del disturbo borderline, in un excursus che arriva fino alle ricerche più recenti.
La lezione prende le mosse dalla nascita della parola “borderline”, originariamente aggettivo, diventata nel tempo sostantivo secondo alcune classificazioni diagnostiche. Se alla metà del Novecento il disturbo, associato alla schizofrenia (e per questo si parlava di borderline schizophrenia, in cui borderline era un aggettivo che significava “al bordo della schizofrenia”), collocava questi pazienti gravi in una terra di mezzo tra nevrosi e psicosi ma vicini alla psicosi, la valutazione cambiò radicalmente con Robert Spitzer. Lo psichiatra americano, a capo della task force incaricata di redigere il DSM-III del 1980, elencò una serie di criteri diagnostici dai quali emergeva un nuovo significato del termine “borderline”. Il paziente che verrà inizialmente definito come caratterizzato da una unstable personality (personalità instabile) sarà descritto non più come vicino alla schizofrenia bensì come impulsivo, arrabbiato, a volte molto depresso. Quindi con la nuova diagnosi potremmo dire che il paziente borderline non si colloca più vicino alla schizofrenia ma all’altra delle due psicosi maggiori, la psicosi maniaco-depressiva, oggi chiamata “disturbo bipolare”. Questa tendenza a dare priorità ai disturbi dell’umore peraltro caratterizzerà tutta l’impostazione del DSM-III.
La storia del disturbo borderline nel susseguirsi dei vari DSM è ripercorsa da Migone soffermandosi in particolare sul DSM-5, la cui sezione sui disturbi di personalità venne totalmente rinnovata su basi dimensionali e non più categoriali, ma che la stessa American Psychiatric Association decise all’ultimo momento di abbandonare giudicandola troppo complessa per il clinico e di collocarla nella Sezione III del manuale
Migone elenca i nove criteri diagnostici del disturbo borderline del DSM-IV (e quindi del DSM-5), sottolineandone gli aspetti problematici per quanto riguarda la validità di costrutto, tanto è vero che fu presa in considerazione anche la possibilità di eliminarlo dal manuale.
Nella parte storica, vengono passate brevemente in rassegna le numerose definizioni del disturbo borderline date già a partire dai primi decenni del Novecento, per mostrare quanti ricercatori, anche e soprattutto di area psicoanalitica, hanno lavorato attorno a questo quadro clinico.
Per approfondire i temi trattati nel webinar, si suggerisce di leggere il capitolo 8 del volume di Paolo Migone, Terapia psicoanalitica. Seminari (FrancoAngeli, 1995, 2010).
La diagnosi secondo i DSM
Dei cinque DSM (cioè le varie edizioni del manuale diagnostico dell’American Psychiatric Association) il corso accenna inizialmente al primo e al secondo rispettivamente del 1952 e del 1968 – privi di criteri diagnostici, quindi di scarsa importanza – focalizzandosi sulla rivoluzione del terzo, il DSM-III del 1980, che si è imposto superando come importanza l’ICD (ovvero l’International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Il DSM-5 ha seguito le caratteristiche del DSM-III, introdotto in anteprima per l’Italia proprio da Paolo Migone sulle pagine della rivista “Psicoterapia e Scienze Umane” (dove ha presentato anche i successivi DSM e i PDM, cioè le edizioni del Manuale Diagnostico Psicodinamico). Il DSM-III è stato il primo ad adottare un criterio non teorico ma descrittivo, che consiste nel descrivere i sintomi come li vede il clinico: così facendo si cercava di superare lo scoglio delle diverse teorie che impediva ai clinici di trovare un accordo, e anche di salvare la psichiatria dalla crisi dell’attendibilità delle diagnosi. Infatti risultava, ad esempio, che vi fossero molte più diagnosi di schizofrenia negli Stati Uniti che in Europa: è stato possibile dimostrare che non si trattasse di un dato epidemiologico ma dovuto a diversi criteri per fare diagnosi.
Migone mette poi in luce alcune dicotomie dei DSM (politetico/monotetico, validità/attendibilità, e categorie/dimensioni), e discute il sistema multiassiale, purtroppo eliminato dal DSM-5. Vi era l’aspettativa che il DSM-5 riuscisse a superare la crisi dei DSM, però si può dire che il tentativo di raggiungere non solo l’attendibilità ma anche la validità sia fallito, e la comorbilità si è rivelata il tallone di Achille dei DSM. Per risolvere questa crisi il DSM-5 ha introdotto alcuni aspetti dimensionali e ha richiesto che in certe diagnosi alcuni criteri diagnostici fossero sempre presenti.
È stato poi formulato un nuovo modello dimensionale per i disturbi di personalità, alla fine escluso perché troppo complesso e perché si temeva potesse incidere sulle vendite, pertanto non si poté fare altro che reintrodurre tutte le diagnosi di personalità del DSM-IV, con i relativi problemi di validità.
Altre novità del DSM-5 sono l’introduzione del concetto dimensionale di “spettro” per vari disturbi e l’abbassamento delle soglie diagnostiche, che implica un aumento di diagnosi con un conseguente maggiore uso di farmaci, a vantaggio delle case farmaceutiche. Si è anche formato un movimento internazionale di boicottaggio del DSM-5, al quale hanno partecipato anche i capi delle task force dei due precedenti DSM.
Per un trattamento più approfondito sui DSM si può consultare il cap. 12 del libro di Paolo Migone, Terapia psicoanalitica. Seminari (FrancoAngeli, 1995, 2010), e il suo articolo “Presentazione del DSM-5” nel n. 4/2013 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane.
La molteplicità dei modelli in psicoterapia
In psicoterapia esistono molti approcci, a volte addirittura opposti, per affrontare un medesimo disturbo. Come superare tale impasse? Una soluzione potrebbe essere applicare il metodo sperimentale per verificare l’efficacia delle diverse tecniche, ma è difficile attuare in psicoterapia gli “studi randomizzati controllati” (randomized controlled trials [RCT]) così come si fa con i farmaci (“doppio cieco”, uso del placebo, etc.)
Ma perché esistono tante scuole psicoterapeutiche? Migone sottolinea come occorra una prospettiva storica. Ad esempio, alcune scuole sono sorte come reazione ad altre, oppure per specifiche diagnosi o fasce di età. Inoltre certe scuole sopravvivono per semplice ignoranza degli altri approcci, o per tradizione storica, di fedeltà ai “padri fondatori”, quindi per motivi affettivi, o per quella che Migone chiama “insicurezza di identità”. Vi sono poi scuole che usano terminologie diverse ma dietro alle quali vi sono gli stessi concetti, e vi è una resistenza a prenderne atto.
Esiste un movimento per l’integrazione in psicoterapia, la Society for the Exploration of Psychotherapy Integration (SEPI), di cui esiste anche un gruppo italiano che Migone anni fa ha contribuito a fondare, che lavora in questo senso. La SEPI non mira all’eclettismo (che è clinico), ma all’integrazione teorica dei diversi modelli.
È importante conoscere modelli diversi, perché il paziente potrebbe sentirsi compreso meglio da un approccio piuttosto che da un altro. Non solo: idealmente lo psicoterapeuta avrebbe dovuto fare esperienza personale di certe sofferenze psicologiche perché è in questo modo che riesce a comprendere il paziente, e quest’ultimo a sentirsi compreso.
Lo psicoterapeuta quindi dovrebbe essere una persona che non si richiude nella “parrocchia” della propria scuola, altrimenti tenderà a vedere in tutti i suoi pazienti il modello che ha imparato.
La proposta che fa Migone è ritenere legittimi i diversi modelli psicoterapeutici in quanto guardano il paziente da una loro prospettiva, in una ricerca infinita. Non c’è un solo modo per conoscere “la verità”, che è inconoscibile. Occorre lasciar aperto il campo della ricerca in psicoterapia, affinché continuino a sussistere modi diversi di conoscere il paziente, altrimenti si arresterebbe il processo di conoscenza.
Per un trattamento più approfondito si può consultare l’articolo di Paolo Migone, “Come gestire la pluralità dei modelli in psicoterapia”, pubblicato nel n. 3/2023 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane.
Inconscio psicoanalitico e cognitivo
L’inconscio psicoanalitico e l’inconscio cognitivo non sono due “fedi” rivali, ma due tipi di processi inconsci studiati maggiormente da autori della tradizione psicoanalitica il primo e di quella cognitiva il secondo. E si è capito che non esiste un inconscio, ma molti inconsci, e sia gli psicoanalisti che i cognitivisti ne sono ben consapevoli.
L’inconscio psicoanalitico è “dinamico”, nel senso che certi contenuti mentali possono passare dallo stato conscio a quello inconscio e viceversa. Un trauma ad esempio può essere dimenticato perché doloroso, ma in certe condizioni favorevoli tornare alla memoria. La psicoanalisi postula che il prezzo pagato per questa rimozione può essere un sintomo (ad esempio una depressione), che può scomparire se si riesce a ricordare ed elaborare quel trauma che era stato rimosso.
Un’altra caratteristica dell’inconscio psicoanalitico è quella di essere, come una volta lo definì Freud, un “calderone ribollente” di impulsi e desideri. Questo aspetto lo rende molto diverso dall’inconscio cognitivo, dove si parla invece di “cognizioni”, di problem solving, e di “processi” più che di “contenuti”. Il terapeuta cognitivo concepisce l’inconscio come rappresentazioni mentali implicite o tacite, cioè non consapevoli, le quali, se disfunzionali, vanno modificate, cercando di renderle consapevoli.
Si suol dire che il cognitivismo sia l’erede del comportamentismo, nel senso che si è passati dal semplice modello stimolo-risposta (S-R) alla concezione di una “mediazione cognitiva” che si infrappone tra S e R, cioè a un modello più complesso. In realtà i due padri storici della terapia cognitiva, Aaron Beck e Albert Ellis, provenivano dalla psicoanalisi, e volevano proporre un trattamento più semplice e più breve di quello psicoanalitico.
Per inconscio cognitivo si intende quella parte del funzionamento mentale che è inconscia non perché è stata rimossa, ma perché non è mai stata conosciuta, e quindi non potrà mai essere ricordata, né è utile che lo sia. Si può anche dire che l’inconscio cognitivo sia quella parte di noi “che non si può mai ricordare né dimenticare”, ed è una parte importantissima per la vita quotidiana perché regola i movimenti automatici (andare in bicicletta, camminare, ecc.). Ma riguarda anche i rapporti interpersonali e gli stili di attaccamento.
Per un trattamento più approfondito si può consultare il capitolo 5, dal titolo “Le ricerche sperimentali sull’inconscio psicoanalitico”, del libro a cura di Paolo Migone La terapia psicodinamica è efficace? Il dibattito e le evidenze empiriche (FrancoAngeli, 2021).
Quattro lezioni di Paolo Migone:
“Il disturbo borderline”
“La diagnosi secondo i DSM”
“La molteplicità dei modelli in psicoterapia”
“Inconscio psicoanalitico e cognitivo”
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Charlotte Orr, Therapy illustration. ©Bridgeman Images.
Miguel Benasayag Filosofo e psicoanalista, fondatore del collectif Malgré tout.
Maurizio Bettini Classicista e scrittore, Direttore del Centro “Antropologia e Mondo antico” dell’Università di Siena.
Maria Silvana Patti Psicologa, psicoterapeuta, specialista in psicologia clinica, terapeuta EMDR.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neurofisiopatologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere
Infermiere pediatrico
Logopedista
Fisioterapista
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Si propongono tre lezioni sul tema della guerra, quanto mai attuali visto che non solo il conflitto nel cuore dell’Europa è ancora in corso, ma un altro, altrettanto cruento, è nel frattempo scoppiato in Medio Oriente. Una realtà che impone di fare i conti con la tenuta psicologica e gli esiti psicopatologici di chiunque ne sia, o se ne senta, coinvolto, così come su interventi e trattamenti terapeutici necessariamente da ripensare.
Etica del conflitto e lotte fratricide
Non entra nell’attualità dei conflitti in corso la lezione di Maurizio Bettini, ma risalendo alle radici semantiche della terminologia di guerra, ne analizza gli aspetti umani, sociali, antropologici.
Se “guerra” è parola di origine germanica (“Wirre”) che ne evoca la turbolenza e si impone nel Medioevo, risalire ai lemmi romani significa riscoprire un’etica del conflitto ormai dimenticata.
Non era con il termine latino “inimicus”, riferito piuttosto a un nemico personale, che i romani identificavano il nemico della res publica, bensì con la parola “hostis”, ovvero un pari, con il quale era lecito fare la guerra. Sono le storie a ricordarcelo. Bettini ne racconta di emblematiche, tratte dall’epica greca, dalla mitologia romana, anche dalla memorialistica familiare.
L’Iliade, prima opera letteraria della tradizione occidentale, attribuita ad Omero, oltre i versi commoventi e gli episodi mitici è soprattutto una successione di scontri, crudelissimi, tra sangue grondante, ossa spezzate, midolli che biancheggiano. Il maggior valore per l’uomo greco, che preferiva la bella morte in battaglia a una vita lunga e meschina. L’episodio dell’incontro tra Diomede e Glauco ne rivela lo spirito, ovvero nobilitare se stessi attraverso il riconoscimento del nemico.
Tanto che, per i romani, non tutti i popoli erano degni di essere combattuti: neppure lo meritavano i perduelles, ovvero i predoni, i briganti. Solo il bellum iustum era dichiarato con rigoroso rituale.
Quanto appare mitologica l’antichità! Neppure una dichiarazione di guerra è stata consegnata dalla Russia all’Ucraina.È ancora una storia antica ad aiutarci a comprendere la contemporaneità: la guerra fratricida tra romani e albani. Uno scontro empio, vietato dagli dei dacché tra consanguinei, che richiedeva sacrifici preliminari. L’esito tragico, determinato dalla nota vicenda degli Orazi e dei Curiazi, contaminò l’antica Roma di sangue fraterno. Una nebbia di impurità che ora ammorba anche l’Europa, scossa da una guerra tra popoli da sempre fratelli.
Traumi di guerra ed esiti psicopatologici
La lezione di Maria Silvana Patti analizza negli aspetti pratici l’individuazione del trauma, gli esiti psicopatologici e l’intervento terapeutico cui sottoporre chi ne è vittima. Tra i numerosissimi conflitti in corso, ad aver risvegliato le coscienze dell’Occidente è la vicina guerra in Ucraina, che affliggerà di effetti psicopatologici dovuti all’esposizione prolungata non solo le vittime dirette, ma tutti coloro che, a varia intensità, la subiscono: la popolazione civile, i soccorritori, gli operatori di ong, i cronisti, fino a noi tutti che nell’infodemia attuale siamo passibili di un trauma vicario.
A premessa storica Maria Silvana Patti ripercorre gli studi legati ai traumi di guerra, fatalmente condizionati dall’evolversi delle tecniche militari fino alla comparsa delle armi di distruzione di massa. Già Senofonte nell’Anabasi riferiva di comportamenti depressivi nelle truppe. Ma i primi studi scientifici sulle reazioni traumatiche dei combattenti datano fine Ottocento, con il concetto di “trauma psichico” formulato dal neuropatologo tedesco Hermann Oppenheim. Inascoltato fino alle prove di nevrosi traumatiche notate nella prima guerra mondiale, quando i sintomi dei soldati venivano piuttosto ricondotti all’isteria e visti con sospetto per il disvelarsi di fragilità personali inconcepibili nella retorica di guerra. Sono invece valide ancor oggi alcune linee di trattamento emerse dal secondo conflitto mondiale, che vide il coinvolgimento massiccio della popolazione con esiti devastanti sui civili. Fino alla guerra del Vietnam, crudamente coperta dai media oltre la censura imposta. Noto è il fenomeno dei reduci gravemente traumatizzati che si affidarono ad “autocure” con uso di sostanze o alcool, ma anche a gruppi di “autoaiuto” poi confluiti in reti terapeutiche organizzate. Finalmente nel 1980 il DSM III riconobbe come categoria diagnostica il “disturbo da stress post traumatico”.
Nella contingenza dei conflitti attuali, la docente espone le fondamentali linee guida per interventi d’emergenza, analizzando sintomi ed esiti psicopatologici dei traumi di guerra. Con una particolare attenzione al trattamento dei bambini, considerando che i genitori stessi, pure vittime, ammettono difficoltà nell’assicurare sicurezza e protezione ai propri figli. Un problema attuale e futuro, perché quale società potrebbe reggersi su individui incapaci di investire nel proprio progetto di vita e qualora la trasmissione del trauma diventasse transgenerazionale?
Riflessioni sulla psicologia e sui traumi di guerra
Sono affidate a Miguel Benasayag, psichiatra e filosofo con un passato nella resistenza durante la dittatura argentina, le riflessioni sulla psicologia e sui traumi di guerra che i conflitti in corso riportano all’attualità. Condiziona tuttora l’attività clinica di Benasayag la sua esperienza di vita, raccontata nella lezione con toccante drammaticità. Imprigionato per quattro anni nelle carceri argentine per prigionieri politici, il giovane studente di medicina era incaricato segretamente dall’organizzazione in cui militava di prendersi cura dei compagni la cui integrità psichica era andata in frantumi dopo le indicibili torture subite dai carcerieri. Un annientamento spesso ancor più irreversibile dei danni fisici patiti, che pure il futuro medico, anch’egli torturato, cercava di lenire. Ponendosi già allora il problema di come curare qualcuno che dalla violenza è stato totalmente destrutturato, cercando quel punto che ancora tiene dal quale provare, lentamente, a ricostruire. Lo stesso interrogativo già posto in Francia dai sopravvissuti agli attentati terroristici e d’ora in poi in tutta Europa dall’arrivo dei profughi fuggiti dalla guerra.
Ma cosa significa oggi per uno psichiatra, uno psicologo, uno psicoterapeuta occidentale avere di fronte un paziente con traumi di guerra? Benasayag, riprendendo un tema a lui caro, fissa il contesto attuale in cui ridefinire la patologia: un Occidente in profonda crisi in cui la certezza di un mondo governato dalla ragione è ormai venuta meno. Dopo secoli di cartesiano antropocene (ovvero la centralità dell’uomo soggetto nell’universo oggetto) che già aveva iniziato a incrinarsi all’alba del Novecento, dovrà cambiare il nostro modo di abitare il mondo. Così come un clinico dovrà ripensare la relazione col proprio paziente: individuo cui la società contemporanea chiede di funzionare, quasi fosse una macchina, ma che invece più di tutti avverte come la promessa del futuro si sia ormai trasformata in minaccia. Sono in verità sempre di più – osserva Benasayag – a pensare che le pandemie, la catastrofe ecologica, e ora anche le guerre, siano quel futuro minaccioso già arrivato. Di questa realtà depressiva, che attanaglia anche i giovani fino ai bambini, il clinico deve prendere atto: non potrà più rassicurare i suoi pazienti, essendovi egli stesso immerso. Del Benasayag clinico è cambiata la prospettiva rispetto a quarant’anni fa, quando permaneva la speranza in un domani di libertà e democrazia fuori dalle mura di quel carcere. Il compito del clinico oggi, che Benasayag teorizza nella sua “terapia situazionale”, sarà dunque accompagnare il paziente nell’abitare un mondo in cui la minaccia è reale, assumendo il presente oscuro senza promettere, ammettendo anche di non sapere. Si tratta di costruire un’etica immanente, che trovi un modo di esistere qui e ora se non esiste più un fuori e un domani, perché, citando Beckett, è questo ormai il nostro tutto.
Etica del conflitto e lotte fratricide – Maurizio Bettini
Traumi di guerra ed esiti psicopatologici – Maria Silvana Patti
Riflessioni sulla psicologia e sui traumi di guerra – Miguel Benasayag
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Copertina libro
Maurizio Ferraris Professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Torino, presidente del Labont (Center for Ontology) e direttore di “Scienza Nuova”.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta);
Psicologo (psicologo, psicoterapeuta);
Assistente sanitario;
Logopedista;
Educatore professionale;
Infermiere, Infermiere pediatrico;
Fisioterapista;
Ostetrica;
Tecnico della riabilitazione psichiatrica;
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva;
Terapista occupazionale.
Siamo bombardati da annunci sulla intelligenza artificiale, che incutono timore e persino terrore per il mondo che verrà. Ci sono molti motivi che polarizzano l’attenzione e l’ansia sull’IA, e tuttavia il suo più grande valore filosofico consiste nel gettar luce, per contrasto, su quella naturale. E ciò che si propone di fare in questo volume uno dei nostri filosofi più brillanti e autorevoli, sciorinando tutto il suo sapere e le sue capacità di tenere insieme una fittissima mappa concettuale, tra natura e tecnica, organismo e meccanismo, anima e automa. Un inebriante viaggio alla scoperta della mente, con un epilogo rassicurante, almeno per ora: la base organica che si riflette nelle funzioni superiori del pensiero fornisce tutto ciò che determina la differenza tra l’intelligenza naturale come forma di vita umana e l’intelligenza artificiale come processo meccanico.
Acquistando il corso La pelle è possibile accedere anche a Che cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale, una lezione di Maurizio Ferraris.
CORSO 1
Lettura e studio di La pelle di Maurizio Ferraris, il Mulino 2025
15 crediti ECM
CORSO 2
“Che cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale”: una lezione a cura di Maurizio Ferraris
1 credito ECM
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Tommaso Boldrini Ricercatore presso il Dipartimento di Psicologia e Scienze della Salute, Università Pegaso. Professore Aggiunto presso il Dipartimento di Psichiatria, Università di Ottawa, Ontario, Canada.
Nicola Carone Professore associato di Psicologia dinamica Dipartimento di Medicina dei Sistemi, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Roma Tor Vergata
Mariagrazia Di Giuseppe Professoressa associata in Psicologia Clinica, Università degli Studi di Roma Tor Vergata
Guido Giovanardi Professore associato presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza di Roma
Vittorio Lingiardi Professore Ordinario di Psicologia Dinamica presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma
Marianna Liotti PhD e Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Psicologia Clinica, Dinamica e Salute, Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma
Laura Muzi Professoressa associata in Psicologia Clinica presso il Dipartimento di Filosofia, Scienze sociali, umane e della formazione, Università degli Studi di Perugia
Annalisa Tanzilli Professoressa associata in Psicologia Dinamica presso il Dipartimento di Psicologia Dinamica, Clinica e Salute, Facoltà di Medicina e Psicologia, Sapienza Università di Roma
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medicina di comunità)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere
Infermiere pediatrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Vittorio Lingiardi torna a collaborare con Synapsis con un corso sulla valutazione clinica al servizio del trattamento. Articolato in dieci lezioni, tenute dallo stesso psichiatra e psicoanalista insieme ai suoi collaboratori e allievi, è un vero e proprio manuale, da vedere e ascoltare.
L’obiettivo è promuovere una descrizione e una comprensione della personalità e dei suoi disturbi, al servizio delle scelte di trattamento più idonee.
Nella cornice della psicologia dinamica, ogni tema viene affrontato in dialogo con la più recente diagnostica psichiatrica, le neuroscienze, la teoria dell’attaccamento, la psicologia cognitiva.
Si esamina il concetto di personalità alla luce delle sue componenti biologico-temperamentali, psicologiche (come i meccanismi di difesa) e sociali, nei percorsi di sviluppo, traumatici e non. Particolare attenzione è dedicata alle dimensioni che compongono le identità sessuali e di genere.
Vengono analizzati anche gli stili e i disturbi della personalità, con una trattazione critica delle loro caratteristiche clinico-diagnostiche e culturali e un inquadramento dei principali modelli di psicoterapia e trattamento.
Vengono infine illustrati i principali quadri psicopatologici dal punto di vista sia descrittivo sia dinamico: i disturbi psicotici e la schizofrenia; i disturbi bipolari e depressivi; i disturbi ansiosi, fobici, ossessivi; i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione; l’uso di sostanze; i disturbi da sintomi somatici e altre configurazioni cliniche.
Corso realizzato con il patrocinio della Society for Psychotheray Research – Italian Area Group.
1. Personalità, diagnosi, psicopatologia: un’introduzione – Vittorio Lingiardi
2. Trauma e attaccamento – Marianna Liotti
3. Meccanismi di difesa – Mariagrazia Di Giuseppe
4. Identità sessuale e di genere – Nicola Carone, Guido Giovanardi
5. Stili e disturbi di personalità – Annalisa Tanzilli
6. Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione – Laura Muzi
7. Ansia, fobie, ossessioni – Marianna Liotti
8. Disturbi bipolari e depressivi – Annalisa Tanzilli
9. Schizofrenia e disturbi psicotici – Tommaso Boldrini
10. Le psicoterapie: modelli e applicazioni cliniche – Laura Muzi
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Cathy Lomax, She was conflicted. ©Bridgeman Images.
Jonathan Shedler Autore, relatore, ricercatore e consulente clinico.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
InfermierernInfermiere pediatrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Jonathan Shedler, nell’articolo pubblicato nel n. 1/2010 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane in simultanea con l’eduzione originale americana, riesamina le evidenze empiriche sull’efficacia della terapia psicodinamica (Psycho-Dynamic Therapy [PDT]) detta anche “psicoterapia psicoanalitica”. Tali ricerche mostrano come la terapia psicodinamica sia efficace, e in molti disturbi mentali comuni (cioè ansia e depressione) superiore ai farmaci e ad altre terapie. La “dimensione del risultato” (effect size) della terapia psicodinamica è grande almeno quanto quella di altre psicoterapie che sono state attivamente propagandate come “supportate empiricamente” o “basate sulle evidenze” (evidence based). Ad esempio, la meta-analisi degli studi esaminati da Shedler mostra come la “dimensione del risultato” della terapia psicodinamica vada da 0.69 a 1.46, mentre quella delle terapie cognitivo-comportamentali da 0.58 a 1.0 (e la “dimensione del risultato” dei farmaci antidepressivi, tanto usati per la terapia della depressione, da 0.17 a 0.31, quindi nettamente inferiore). Non solo: spesso i pazienti trattati con una terapia psicodinamica mantengono i risultati e continuano a migliorare dopo la fine della terapia, come se avessero interiorizzato funzioni psicologiche che crescono nel tempo. È stato anche dimostrato empiricamente come le terapie non psicodinamiche possano essere efficaci, in parte perché i clinici più esperti utilizzano anche tecniche da sempre al centro della teoria e della pratica psicodinamiche. La diffusa opinione secondo cui gli approcci psicodinamici non sono efficaci non è in accordo con le ricerche scientifiche disponibili, e può dipendere da una diffusione selettiva dei risultati delle ricerche e anche da una non sufficiente conoscenza della letteratura scientifica più recente. Shedler spiega anche in dettaglio cosa si intende per “terapia psicodinamica”: non un termine generico, bensì riferito a una tecnica precisa, caratterizzata da “sette caratteristiche distintive”, così come sono emerse da ricerche empiriche, e sono descritte in termini clinici, privi di gergo psicoanalitico. L’articolo di Shedler è spesso citato ed è stato ripubblicato più volte, anche come capitolo 2 del libro curato da Paolo Migone, La terapia psicodinamica è efficace? Il dibattito e le evidenze empiriche (FrancoAngeli, 2021). Il volume contiene una decina di articoli pubblicati negli anni sulla rivista Psicoterapia e Scienze Umane riguardanti il problema della ricerca sulla efficacia della terapia psicodinamica.
Jonathan Shedler, psicologo clinico e ricercatore, è associate professor di Psichiatria presso la University of Colorado School of Medicine (USA). Ha diretto il Servizio di Psicologia del dipartimento di Psichiatria della University of Colorado.
Articolo pubblicato sulla rivista Psicoterapia e Scienze Umane, 2010, Volume 44, n. 1, pp. 9-34. Presentazione e traduzione di Paolo Migone.
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Lezione di Jonathan Shedler. Traduzione di Paolo Migone
Studio dell’articolo “L’EFFICACIA DELLA TERAPIA PSICODINAMICA” di Jonathan Shedler, Psicoterapia e Scienze Umane, Franco Angeli Editore
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Cathy Lomax, Film Diary #49. ©Bridgeman Images.
Morris N. Eagle Professore emerito al Derner Institute of Advanced Psychological Studies, Adelphi University di New York e Distinguished Educator in Residence, California Lutheran University.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere
Infermiere pediatrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Nell’articolo pubblicato nel n. 4/2015 della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, Morris Eagle riesamina criticamente il concetto di controtransfert a partire dalla definizione di Freud sino alle posizioni più recenti. Se Freud concepiva il controtransfert come un ostacolo alla terapia, in séguito si è fatta strada una concezione allargata (o “totalistica”, come la chiamò Kernberg) che include non solo il “transfert dell’analista” (dovuto a un suo eventuale “residuo nevrotico”, cioè a conflitti irrisolti nel terapeuta che possono ostacolare la terapia, come intese Freud), ma tutte le reazioni, anche realistiche, nei confronti del paziente. Queste reazioni cioè non sarebbero un controtransfert in senso stretto, ma appunto risposte, anche legittime, al comportamento del paziente. Nei primi anni 1950 alcuni autori, tra cui soprattutto Paula Heimann in Germania ed Heinrich Racker in Argentina, hanno teorizzato come questo tipo di controtransfert non sia di ostacolo, bensì utile per farci conoscere meglio il paziente, il quale in questo modo ci permette di provare quello che lui prova, ad esempio tramite proiezioni o identificazioni proiettive. Alcuni autori hanno però estremizzato tale posizione postulando come il controtransfert ci permetta di conoscere “direttamente” l’inconscio del paziente. Queste posizioni estremizzate vengono criticate da Eagle, il quale mostra che se è stata giustamente abbandonata la concezione dell’analista classico come osservatore “obiettivo” che aveva un accesso privilegiato alla mente del paziente, oggi, ironicamente, la nuova concezione allargata del controtransfert ritorna in modo uguale e contrario rispetto alla posizione precedente: ora l’analista può direttamente conoscere il paziente basandosi su quello che prova nel controtransfert, e vecchie concezioni classiche (quali neutralità, schermo opaco, etc.) ritornano e si vendicano anche. Eagle quindi argomenta, anche sulla base di ricerche empiriche, come sia più giustificata una concezione moderata di controtransfert, né troppo ristretta né troppo allargata.
Morris Eagle fa parte della redazione della rivista Psicoterapia e Scienze Umane, su cui ha pubblicato numerosi articoli, ed è autore di vari libri, alcuni dei quali tradotti in italiano, tra cui Da Freud alla psicoanalisi contemporanea. Critica e integrazione (Raffaello Cortina, 2012), Attaccamento e psicoanalisi. Teoria, ricerca e implicazioni cliniche (Raffaello Cortina, 2013) e Verso una teoria psicoanalitica unificata. Le basi di una Psicologia dell’Io riveduta e ampliata (Raffaello Cortina, 2023).
Articolo pubblicato sulla rivista Psicoterapia e Scienze Umane, 2015, Volume 49, n. 4, pp. 535-572. Presentazione e traduzione di Paolo Migone.
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Lezione di Morris N. Eagle. Traduzione di Paolo Migone.
Studio dell’articolo “IL CONTROTRANSFERT RIVISITATO” di Morris N. Eagle, Psicoterapia e Scienze Umane, Franco Angeli Editore.
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Kurtis L. Miller, Under Surveillance. ©Bridgeman Images.
Paolo MigonePsichiatra e psicoanalista, condirettore della rivista “Psicoterapia e scienze umane”.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Alcune riflessioni sul rapporto tra farmaci e psicoterapia
Paolo Migone discute il rapporto tra farmaci e psicoterapia con una visione diversa da quella abituale. Ad esempio argomenta come, in un certo senso, sia già un errore porsi tale problema, perché coloro che discutono della cosiddetta “integrazione” o “associazione” tra farmaci e psicoterapia rivelano di avere una teoria della tecnica errata, stereotipata, che può portare a errori anche in una psicoterapia senza farmaci. Infatti tali colleghi separano a priori gli interventi “biologici” da quelli “psicologici”, nel senso che il dato clinico non viene interpretato, bensì considerato per il suo valore di facciata o in modo convenzionale: ad esempio possono ritenere che la prescrizione di un farmaco debba per forza avere il significato prestabilito di un attacco alla psicoterapia. La prescrizione farmacologica viene cioè concepita come qualcosa di diverso dagli interventi puramente psicologici, i quali soli sarebbero da interpretare, nel senso che potrebbero avere diversi significati. Se l’orientamento di tali colleghi è psicoanalitico, può trattarsi di una concezione anti-psicoanalitica, basata su una sorta di teoria delle etichette. In altre parole, sostiene Migone, non si capisce perché il farmaco non debba appartenere alla stessa categoria logica di tutti gli altri interventi o fatti che accadono nella relazione terapeutica. Naturalmente un farmaco può funzionare anche come placebo (o, se è per questo, come nocebo), e può avere effetti sia psicologici sia biologici che possono essere indagati, ma proprio allo stesso modo con cui un intervento psicologico (cioè non farmacologico) può avere effetti sia psicologici che biologici. Un problema sottostante che va chiarito, argomenta Migone, è quello del rapporto corpo/mente.
Per un approfondimento:
Paolo Migone, Equivoci epistemologici e clinici a proposito della cosiddetta “integrazione” tra farmaci e psicoterapia. Psicoterapia e Scienze Umane, 2013, 47, 1: 55-62.
Alcune riflessioni su psicoanalisi e guerra
Sulla scorta del caso clinico di una paziente con diversi disturbi nevrotici che aveva mostrato l’improvvisa scomparsa di tutti i sintomi durante un periodo di guerra e la loro ricomparsa alla fine di quella guerra (si trattava della guerra del Golfo del 1990-91), Paolo Migone presenta alcune riflessioni sul temporaneo benessere che può comparire grazie alla proiezione di angosce interne su un pericolo reale esterno. Questa ipotesi psicoanalitica, di derivazione kleiniana, viene discussa in dettaglio con considerazioni anche sul disturbo da stress post-traumatico (PTSD), sul lutto e sull’effetto simile che possono avere altri eventi traumatici come calamità naturali e malattie gravi o potenzialmente terminali. In tutti questi casi certi pazienti, come mostra Migone portando anche alcuni esempi clinici, possono paradossalmente trovare sollievo perché vengono alleggeriti da angosce persecutorie, le quali trovano finalmente un senso in una realtà concreta su cui vengono proiettate.
Per un approfondimento:
Paolo Migone, La psicoanalisi e la guerra. A sessant’anni dal contributo di Franco Fornari. Adolescenze, 2024, I, 1.
Alcune riflessioni sul fenomeno della terza onda nella terapia cognitivo-comportamentale
Nella storia del movimento di terapia cognitivo-comportamentale vi sono state le cosiddette “onde”: la prima è il comportamentismo (anni 1950-60: Skinner, Pavlov, Watson, tecniche di condizionamento, etc.), la seconda è il cognitivismo (anni 1970-80: Beck, Ellis, introduzione di una mediazione cognitiva tra Stimolo e Risposta, col passaggio da S-R a S-O-R, dove O sta per organismo, etc.), la “terza onda” (third wave), molto più recente, è nata a cavallo del XXI secolo. Questa terza onda ha in qualche modo scosso le fondamenta della terapia cognitivo-comportamentale, rappresentando forse quella che può essere considerata una crisi, o essere vista come un ripensamento dell’intero movimento cognitivo-comportamentale. Infatti emergeva sempre più chiaramente come una terapia comportamentale o cognitiva standard presentasse problemi di efficacia, con poca stabilità del cambiamento e spesso ricadute. Ci si è resi maggiormente conto che un atteggiamento prevalentemente direttivo (cioè basato su esercizi comportamentali, compiti a casa, etc.) non è ciò di cui molti pazienti hanno bisogno: deve invece andare in parallelo con un atteggiamento opposto, in grado di controbilanciarlo, fatto ad esempio di accettazione empatica se il paziente non riesce a raggiungere gli obiettivi della terapia. La terza onda della terapia cognitivo-comportamentale quindi è meno direttiva, e uno dei suoi concetti centrali è l’“accettazione” (acceptance). Inoltre viene sottolineata la flessibilità psicologica: si comprendono maggiormente gli aspetti processuali e contestuali, si dà importanza alla mindfulness e alla meditazione, è ammessa un’importante influenza del buddismo e di altre filosofie orientali, e così via. Tra le tecniche più caratterizzanti della terza onda si possono menzionare la Acceptance and Commitment Therapy (ACT) di Hayes, il Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) di Kabat-Zinn, la Dialectical Behavior Therapy (DBT) di Marsha Linehan (DBT), etc. Paolo Migone argomenta come il fenomeno della terza onda sia molto interessante perché permette di riflettere anche sul grande rimescolamento di carte avvenuto all’interno del movimento cognitivo-comportamentale e psicoterapeutico in generale, e come in questa recente evoluzione della terapia cognitivo-comportamentale siano stati riscoperti e assimilati alcuni concetti centrali dell’approccio psicodinamico.
Per un approfondimento:
Paolo Migone, Il problema della “traduzione” di aspetti delle filosofie orientali nella psicoterapia occidentale. Psicoterapia e Scienze Umane, 2010, 44, 1: 35-52.
Tre lezioni di Paolo Migone:
“Alcune riflessioni sul rapporto tra farmaci e psicoterapia”
“Alcune riflessioni su psicoanalisi e guerra”
“Alcune riflessioni sul fenomeno della terza onda nella terapia cognitivo-comportamentale”
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
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Max Ferguson, “Girl at table”. ©Bridgeman Images.
Vittorio Lingiardi Psichiatra e psicoanalista, Professore ordinario di Psicologia dinamica alla Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza Università di Roma.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Il corpo c’è, e c’è, e c’è», ripete con implacabile semplicità la poetessa Wisława Szymborska. E «prova dolore, deve mangiare e respirare e dormire, ha la pelle sottile, e subito sotto – sangue». Quel «deve mangiare» sarà la nostra porta d’accesso al mondo dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, un viaggio diagnostico e inevitabilmente culturale in quadri clinici denominati anoressia, bulimia, binge eating. Poiché la diagnosi prelude al trattamento, parleremo anche delle diverse strategie terapeutiche, riflettendo sul ruolo giocato dalla personalità nel manifestarsi del disagio alimentare. Ancora una volta scopriremo, come direbbe Freud, che «l’Io è innanzitutto un’entità corporea». Un incontro su anoressia, bulimia e altri disturbi dell’alimentazione e della nutrizione, tema di sempre crescente attualità e urgenza.
Lezione di Vittorio Lingiardi. In collaborazione con il festival “Dialoghi di Pistoia”.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico di comunità, medico legale, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta, scienze dell’alimentazione e dietetica)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere; Infermiere pediatrico
Logopedista (logopedista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Fisioterapista (fisioterapista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Dietista (dietista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Ostetrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
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Puzzle in legno del XIX secolo. ©Bridgeman Images.
Laura Camapanello Attività presso studio di Consulenza Pedagogica e Analisi Biografica ad orientamento filosofico.
Andrea Giardina Docente di lettere e saggista.
Davide Sisto Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Padova e di Torino.
Giorgio Vallortigara Professore ordinario, Facoltà di Scienze Cognitive, Università di Trento.
Alessandra Viola Scrittrice e giornalista, produttrice televisiva e autrice di trasmissioni Rai.
Elena Camerone Psichiatra e psicoterapeuta.
Medico chirurgo (psichiatra, psicoterapeuta, neurologo, neuropsichiatra infantile, medico legale, medico di comunità, medico di medicina generale, pediatra, pediatra di libera scelta)
Psicologo, Psicoterapeuta
Assistente sanitario
Educatore professionale
Infermiere; Infermiere pediatrico
Logopedista (logopedista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Fisioterapista (fisioterapista; iscritto nell’elenco speciale ad esaurimento)
Ostetrico
Tecnico della riabilitazione psichiatrica
Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva
Terapista occupazionale
Da tempo non si considera più unica l’intelligenza umana, ma si riconosce l’esistenza di intelligenze multiple. Spartiacque il volume dello psicologo statunitense Howard Gardner del 1983, Teoria delle intelligenze multiple, che ha sistematizzato innumerevoli forme di intelligenza sino ad allora solo esperite: linguistica, musicale, spaziale, cinestetica, corporea, oltre a quella logico-matematica, da sempre considerata la principale e tuttora predominante nei testi sul QI. Che ognuno di noi possieda e sviluppi una combinazione di tali intelligenze è consapevolezza necessaria a chi eserciti professioni psicologiche e d’aiuto. Negli interventi di questo ciclo di lezioni, condotte dai collaboratori della rivista “doppiozero”, la complessità dell’intelligenza è esplorata secondo le rispettive specializzazioni.
Andrea Giardina, saggista e scrittore, autore del volume Le parole del cane nell’intervento Chi è più intelligente? apre la prospettiva alla considerazione di intelligenze altre oltre alla nostra, l’umana, ma punta il dito sulla perdurante abitudine ad accordare maggiore intelligenza ai nostri animali domestici. Se è la complessità del linguaggio a distinguerci dagli altri animali, il successo evolutivo dell’homo sapiens non ci ha esentati da quella miopia prognostica pericolosa per la conservazione della nostra specie.
Giornalista scientifica, Alessandra Viola affronta un tema ancora controverso nel mondo accademico-scientifico: L’intelligenza delle piante. Una dozzina di anni fa un volume scritto insieme a Stefano Mancuso affrontava per la prima volta l’argomento, diventato oggi molto popolare. Tanti i pregiudizi sul mondo vegetale nel frattempo sfumati: la passività, la stupidità, il non sentire dolore. Caratteristiche di una specie senziente che mette in discussione l’intelligenza umana quale unico termine di paragone.
Non potrebbe mancare una lezione su Intelligenza artificiale e intelligenza animale, confrontate dal neuroscienziato Giorgio Vallortigara. Una serie di prove su chat GTP personalmente svolte interviene a dimostrare l’immenso corpus di dati a disposizione, ma anche gli attuali limiti dell’AI, alla quale manca ancora quella comprensione del significato esclusiva dell’intelligenza biologica. L’intelligenza, insomma, resta una questione di contesto. Per ora.
Dalla sua prospettiva di filosofo e tanatologo, esperto di digital death, Davide Sisto in Creatività e AI spiega come le tecnologie digitali stiano cambiando il nostro modo di affrontare il lutto e la memoria. Film, serie tv, videogames, prefigurano un domani in cui persone e fatti vivranno con noi ad libitum, in forme digitale. Un “foreverism” del quale bisogna saper vedere il rischio – tanto più in professioni educative – ovvero la cancellazione di quell’esperienza umana parte della vita stessa che è la morte.
L’invito a esercitare e praticare la nostra Intelligenza emotiva viene da Laura Campanello. La filosofia della sua formazione in metafora platonica è il buon cocchiere che conduce attraverso il sentiero della vita, tra razionalità ed emotività. Segreto per un’esistenza ricca, ora più desiderabile ora più tollerabile, sguardo su di sé che un terapeuta può offrire nella relazione d’aiuto. Con il consiglio dell’atto della scrittura per rallentare i pensieri e distillarne il senso, nel ritiro sociale, nell’ansia, nella depressione.
Chi è più intelligente? – Andrea Giardina
L’intelligenza delle piante – Alessandra Viola
Intelligenza artificiale e intelligenza animale – Giorgio Vallortigara
Creatività e intelligenza artificiale – Davide Sisto
Intelligenze emotive – Laura Campanello